Giancarlo Siani aveva compiuto da quattro giorni ventisei anni quel 23 settembre del 1985. Da allora sono passati ben trentaquattro anni. Sembra quasi che siano passati secoli e secoli, visto che la società tutta, non solo quella italiana, in questi trentaquattro anni è stata letteralmente cambiata, quasi subendo una sorta di mutazione antropologica.
Trentaquattro anni sono la vita di una persona, di una persona che è riuscita a formarsi e che sempre più ha forza, voglia, capacità di affrontare la società, che magari è riuscita a formarsi una famiglia e che vede già qualche infante iniziare a muovere i primi passi.
Giancarlo Siani fu colpito giovanissimo dalle vere forze eversive della società. Aveva solo ventisei anni e non ha potuto giammai aggiungere a quei primi ventisei anni altri trentaquattro anni. Giancarlo Siani non ha potuto mai vivere una vita normale. A lui piaceva vivere una vita pericolosa –di cui forse non aveva alcuna percezione- per dare a sé stesso ed agli altri la possibilità di vivere una vita normale. E per vivere la sua vita, quella pericolosa, perché quella normale era sempre e solo in fieri, si armava di penna e quaderno e macchina fotografica, saltava sulla sua Citroen Méhari e si dirigeva in ogni momento della giornata a Castellammare di Stabia. E qui amava fare le sue ricerche, sempre più approfondite, sempre più diverse, sempre legando tra di loro i vari reperti che riusciva a trovare, quasi come altri in quei momenti facevano con i reperti archeologici dell’antica Stabia. A lui non piaceva ricercare tra i reperti antichissimi, a lui piaceva ricercare tra i nuovi reperti, andava a caccia di piccoli e grandi segni, di movimenti, di saluti, di incontri, di delibere, di affidamenti, di lavori, insomma di tutto quel mondo che per una parte nacque col terremoto e dall’altra si irrobustì col terremoto stesso.
Già, il terremoto, quello dell’Irpinia del 1980, quello che scosse svariate province del Sud, tantissimi comuni tra Campania, Lucania e Puglia, quel terremoto che fece tantissime vittime, quasi quattromila, come la popolazione di un comune medio-piccolo e tantissimi danni a tutta la nostra memoria storico-culturale, quel terremoto che, però, fece un danno, uno solo, ma inestimabile e tuttora attivo: il cambiamento delle coscienze, perché decretò che per omaggiare il dio denaro tutto è lecito, perché tutto è ridotto a merce, ricevendo un notevole contributo dalla nuova filosofia liberista, che imperterrita continua a scorrere nelle nostre menti e nei nostri cuori, se mai abbiamo ancora un cuore.
Giancarlo Siani aveva capito questo sommovimento tellurico-umano ed aveva iniziato a combatterlo. Usava armi normali, come la penna, il quaderno, la macchina fotografica, perché credeva di riuscire a vincere. E lo credeva tanto che combatteva da solo, ingenuamente credendo di poter sopraffare quelle forze eversive, che come l’Idra di Ercole si ricreavano in continuazione e nei posti più disparati, mentre lui continuava ad essere solo e lo spazio attorno gli si restringeva sempre più.
Giancarlo Siani incalzava sempre più i nemici suoi, ma soprattutto i nemici della società. Ma i suoi nemici decisero di sbarazzarsene; quel giovane armato di penna, quaderno e macchina fotografica faceva più paura di tutto lo Stato italiano, perché quel giovane aveva un’arma inaccessibile: il coraggio, il coraggio di non avere paura. Forse Giancarlo aveva anche incominciato a pensare che prima o poi avrebbe avuto qualche appuntamento non richiesto, forse un appuntamento di importanza capitale. E lui rifuggiva dal pensiero di questo appuntamento, avendo ben in mente e nel cuore la ricerca della verità, della giustizia, della libertà, dell’onestà, quei valori che lui praticava tutti i giorni, senza mai dare peso alla sua vita.
Una bella sera settembrina, di quelle sere che i giovani cercano per essere amorevolmente colpiti dal dardo scagliato da Cupido, Giancarlo non sa che sarà l’ultima, che i suoi occhi si chiuderanno ed il buio come una coltre coprirà tutto. Per lui quella sera non ci sarà alcun dardo scagliato da Cupido, vi saranno solo dieci dardi di piombo scagliati dagli inconsapevoli soldati di Thanatos. E lui china il capo nel verde della sua Méhari, come il verde della sua gioventù.
Fugace è stato il suo passaggio umano, ma forte è il suo ricordo, che giorno dopo giorno si corrobora e supera spazi e tempi, perché come un vero eroe è stato capace di gesta tanto veramente umane quanto veramente leggendarie. E Leopardi, che tanto amava la gioventù, “la gioventù del luogo, tutta a vestita a festa…e in cuor suo si rallegra”, ci richiama l’insegnamento di un grande commediografo greco, Menandro, e con lui si ricorda ed ammonisce: “Muor giovane colui ch’al cielo è caro”.