Negli ultimi giorni Maddaloni ha vissuto episodi che hanno generato preoccupazione: atti di vandalismo contro la Sala Polifunzionale “Franco Imposimato” e aggressioni notturne nel centro cittadino. Sono fatti che richiedono attenzione e una risposta seria. La condanna di questi comportamenti è necessaria, ma non può trasformarsi in una rappresentazione semplificata della città né in una criminalizzazione indiscriminata dei giovani.
Scegliere un registro securitario che parla più alla paura che alla realtà, è una reazione comprensibile, ma parziale. Ridurre la complessità dei comportamenti giovanili a un problema di ordine pubblico non aiuta a capire cosa accade, né a costruire soluzioni. La sicurezza non si ottiene evocando un declino generale, né contrapponendo una città ideale a una città reale. Serve una lettura che non si limiti a denunciare, ma che sappia interrogarsi sulle condizioni che rendono possibili certi gesti.
Parallelamente, le istituzioni hanno risposto con iniziative che sembrano più orientate a mostrare attenzione che a costruire percorsi concreti. Si invocano controlli, si annunciano tavoli, si immaginano spazi indistinti o forum che riproducono modelli adulti, senza chiedersi se siano luoghi in cui i giovani possano riconoscersi. Parlare dei giovani non significa ascoltarli. Offrire loro luoghi non significa renderli luoghi in cui possano esprimere ciò che vivono. Riproporre canovacci istituzionali già noti non significa costruire opportunità.
Questa dinamica locale si inserisce in un quadro nazionale in cui il tema giovanile viene sempre più trattato come questione di ordine pubblico. Le recenti scelte legislative sull’imputabilità dei minori, presentate come risposta alla devianza, non modificano la realtà dei processi e rischiano di rallentarli. Sono provvedimenti che mostrano una postura politica più che una strategia educativa. La criminalizzazione precoce non affronta il disagio: lo irrigidisce e lo rende più difficile da intercettare. La repressione diventa linguaggio, mentre la prevenzione resta episodica.
Il disagio giovanile non nasce all’improvviso. Cresce in assenza di luoghi di relazione, di adulti presenti, di spazi dove poter esprimere ciò che si vive senza sentirsi fuori posto. Quando un giovane arriva a un gesto estremo, non è il fallimento di un individuo: è il segnale di un sistema che non ha saputo trasformare il conflitto in parola, la solitudine in domanda, la fragilità in relazione. La distanza tra giovani e adulti non è una questione psicologica: è il prodotto di scelte che hanno indebolito la scuola, svuotato i servizi territoriali, frammentato le comunità e lasciato gli adolescenti senza orientamento.
In molte città italiane si osserva una criminalizzazione del dissenso giovanile che non nasce da un aumento reale della violenza, ma da una narrazione che parla a un elettorato anziano e spaventato. Una generazione priva di rappresentanza viene trattata come un problema, e non come una parte essenziale della comunità. Quando la politica ignora sistematicamente una fascia di popolazione, quella fascia smette di riconoscersi nelle istituzioni. E quando smette di riconoscersi, la protesta diventa l’unico linguaggio possibile. Criminalizzarla significa aggravare il problema, non risolverlo.
Per affrontare la questione giovanile serve un cambio di paradigma. Non bastano misure simboliche né soluzioni istituzionali calate dall’alto. Occorre costruire condizioni in cui i giovani possano parlare prima che qualcosa accada, in cui possano essere ascoltati senza sentirsi un peso, in cui possano dire di cosa hanno bisogno e cosa li fa sentire liberi di esprimere se stessi. Le risposte devono essere vicine ai giovani, non vicine agli adulti che immaginano cosa serva ai giovani. Non si tratta di decidere al loro posto, ma di creare spazi in cui possano mostrare ciò che vivono e ciò che chiedono.
La sicurezza non si ottiene con la paura, ma con la presenza. Non si costruisce isolando i giovani, ma riconoscendoli. Non si costruisce criminalizzando, ma prevenendo. Maddaloni ha bisogno di politiche coordinate tra Comune, Prefettura, Questura, Tribunale per i Minorenni, servizi sociali, scuola e comunità educative. Ha bisogno di adulti affidabili, non di adulti spaventati. Ha bisogno di ascolto, non di slogan.
Il Nucleo promotore Maddalonibenecomune ribadisce la condanna delle violenze, ma rifiuta la criminalizzazione e la ghettizzazione dei giovani. La questione giovanile non è un capitolo di ordine pubblico: è una questione democratica. Una comunità che vuole crescere deve imparare a vedere i giovani prima che qualcosa accada, non solo dopo.
Comunicato del Nucleo promotore Maddalonibenecomune