Eccellenze italiane di Enzo Marzano
La diversità viene spesso considerata un patrimonio comune; l’eccellenza, invece, è una qualità esclusiva di pochi. Un simile binomio si realizza compiutamente all’Istituto Universitario di Chieti, all’interno della Divisione di Chirurgia Vascolare dell’Ospedale SS. Annunziata (ASL 02 Abruzzo). Qui, a capo di un’équipe medica straordinaria, opera il dottor Franco Fiore, responsabile della Chirurgia Vascolare Mininvasiva. Oltre a possedere una singolare empatia – dote purtroppo rara nelle nostre strutture ospedaliere –, il dottor Fiore incarna il perfetto equilibrio tra amore per il prossimo e alta professionalità, offrendo un soccorso autentico anche a chi, altrove, ha trovato soltanto porte chiuse. Lo spirito di abnegazione, la cura dei dettagli e la costante assistenza garantita ai degenti fanno di quest’uomo un punto di riferimento straordinario, guidato da un’anima profondamente sensibile. Di fronte al mistero della sofferenza, colpisce la sua capacità di alleviare il dolore altrui con un simile rigore morale. È di lui che vogliamo parlare.
Una bambina giunge in ospedale nel cuore della notte. Ha il braccio destro fratturato in più punti. La madre, disperata, è approdata a Chieti dopo aver implorato invano aiuto in altri nosocomi, dove atavici disservizi riducono l’offerta assistenziale quasi a zero proprio nel momento del bisogno. Eppure, nel reparto del dottor Fiore, la piccola trova asilo. Mentre il buio della notte fa da padrone, alle grida strazianti di quel piccolo angelo fanno eco quelle dei tanti ammalati che soffrono nelle corsie.
Il dottor Fiore riceve la telefonata di reperibilità dal personale di reparto. Nonostante sia reduce da una di quelle lunghe giornate fatte di fatiche e delusioni, lascia la famiglia e si precipita a Chieti. Corre in sala operatoria, appronta la strumentazione e compie il miracolo. Il bisturi diventa la sua bacchetta magica, le mani si fanno strumento di una volontà superiore. L’intervento dura alcune ore, ma il braccio della bambina è salvo. Le lacrime della madre si trasformano in un pianto di gioia. Nel silenzio dei corridoi che collegano il blocco operatorio alla corsia, la donna accompagna la figlia accarezzandole con mano tremante il piccolo arto risanato. Tutto è compiuto.
Nel quotidiano, il dottor Fiore guida i pazienti lungo l’intero percorso chirurgico. I degenti attendono fiduciosi la visita di controllo, ripassando a memoria i mille interrogativi da porre al chirurgo. Quando Fiore varca la soglia, analizza con cura le cartelle cliniche, valuta con gli assistenti le terapie farmacologiche e poi, voltandosi verso i letti, domanda semplicemente: «Come va?». La sicurezza che quest’uomo emana dissipa ogni incubo, e la risposta è sempre un grato e corale «Grazie». Il reparto è gestito con rigoroso ordine e pulizia; anche se il personale non abbonda, pochi infermieri affrontano ogni giorno con diligenza una mole enorme di lavoro e problematiche sempre diverse. Perché se è vero che gli esseri umani si somigliano, ogni paziente resta un mondo a parte.
Ho conosciuto il dottor Fiore nel settembre del 2020. Ero diretto a Budapest per lavoro e mi ero fermato a Chieti per un controllo. La mia patologia non lasciava margini di scelta: un aneurisma dell’aorta addominale era diventato il mio nuovo, ingombrante padrone di casa. Ricordo ancora la singolarità del nostro primo contatto. Lo chiamai al telefono e mi disse di ricontattarlo l’indomani mattina alle sette. Non era un orario consueto per i medici. Mi meravigliai che un chirurgo del suo calibro fosse già operativo e disponibile a quell’ora. Dopo avergli esposto il mio quadro clinico, fissammo l’incontro. Lo vidi una decina di giorni dopo: serio, concentrato sul mio caso, ma anche dotato di una calda simpatia. A colpirmi nel segno fu la sua sensibilità. Mi spiegò minuziosamente la situazione aiutandosi con uno schizzo tracciato su un foglio bianco, illustrandomi ogni dettaglio dell’intervento. Apprezzai la sua profonda spiritualità, la vicinanza al dolore altrui e la ferrea volontà di aiutare.
Il suo reparto rappresenta il fiore all’occhiello dell’intera struttura universitaria, e il suo gruppo di lavoro non ha nulla da invidiare a équipe di nosocomi teoricamente più blasonati. Il senso pratico del dottor Fiore mette chiunque a proprio agio. Le domande che gli poniamo, come interpreti del nostro stesso dolore, ricevono sempre risposte capaci di allontanare l’angoscia legata alla fragilità umana. Le visioni spaventose che ogni malato porta dentro di sé vengono troppo spesso alimentate dalla mancanza di tatto, cortesia e gentilezza di molti medici. Purtroppo è una verità innegabile: quanta poca umanità si riscontra a volte nel personale sanitario che incontriamo sul nostro cammino. Quante volte siamo costretti a subire atteggiamenti distaccati o scostanti da parte di chi dovrebbe invece tranquillizzarci, sostenerci e accompagnarci in un percorso terapeutico già di per sé precario e difficile. Troppe volte, dopo una visita, si esce demoralizzati, atterriti, quasi feriti da una totale assenza di educazione. Spesso il medico fa pesare al malato la propria condizione, quasi fosse una colpa o un segno di inferiorità, spingendolo ad accettare qualsiasi compromesso pur di guarire.
Ecco, questa è la sanità che non funziona, quella che non comprende e che dovrebbe essere radicalmente modificata. Un cambiamento profondo che, partendo dall’umanità dei singoli, sarebbe a costo zero.