Il Venerabile don Placido Baccher

 

Il Venerabile don Placido Baccher

di Fiore Marro

Caserta 25 luglio 2018

Il venerabile don Placido Baccher come tutti i teologi gesuiti del suo tempo,con un giuramento assicurarono di difendere l’Immacolata Concezione. Nel Settecento, don Placido Baccher durante la repubblica partenopea, ebbe esiliato il padre, Vincenzo Baccher, discendente di una famiglia di profonda fede borbonica, famiglia che aveva scritto il suo nome nella storia del regno in uno dei momenti più  difficili. Durante la prima occupazione francese (1799) furono a capo della resistenza popolare contro i giacobini, furono l’anima del lealismo legittimista. Per la delazione della nota Luisa Molino Sanfelice che oltre ad essere,amante sia di Gerardo Baccher che di Vincenzo Cuoco, frequentava anche un giacobino di nome Ferdinando Ferri al quale rivelò una congiura in atto ad opera dei Baccher.  Ferri denunciò Gerardo e Gennaro Baccher, alla portoghese Eleonora Pimentel Fonseca ,ignobile figura della repubblica napoletana che organizzò una farsa di processo condannando alla fucilazione i fratelli Baccher. Il padre dei due,Vincenzo fu gettato nelle carceri e alla restaurazione fu implacabile finché non vide penzolare la Pimentel Fonseca dalla forca e la Sanfelice cadere sul patibolo. Durante la seconda invasione francese il vecchio Don Vincenzo con il figlio Camillo patì la prigione per nove lunghi anni. Camillo Baccher era il padre del Capitano di I classe,Vincenzo,che era quindi cresciuto in un clima di totale devozione nei confronti della dinastia borbonica. Vincenzo Baccher ultimo della dinastia, ebbe l’ingrato compito di firmare il verbale di requisizione di tutte le armi da parte dei francesi, durante la resa del 1861. Naturalmente non aderì alla integrazione nell’esercito piemontese,dedicandosi alla professione di ingegnere.

Fucilati i due fratelli ed egli stesso pronto all’ esecuzione,  Don Placido il giorno precedente aveva  pregato per rassegnare l’anima alla Madonna, con queste testuali parole : «Domani è sabato; questo giorno non mi può arrecare sventura, perché è il giorno della Madonna, giorno della divina misericordia».La sera, mentre egli si assopiva recitando il Rosario, gli apparve la Madonna, che gli disse: «Confida, figliuolo; domani sarai liberato da questo orrido carcere. Tu poi dovrai essere mio; e sarai chiamato in una delle principali chiese di Napoli a zelare le glorie del mio immacolato concepimento».  Grato al Signore e alla Vergine, Placido Baccher abbracciò la vita clericale e il 31 maggio 1806 fu ordinato sacerdote nella Basilica di Santa Restituta. Collaborando con il padre Don Pignataro, rettore della chiesa di S. Tommaso d’Aquino, promosse intensamente una cosciente partecipazione ai sacramenti della Riconciliazione e dell’Eucaristia, l’adorazione frequente del Cristo eucaristico, la devozione all’Immacolata e un’intensa attività evangelizzatrice e caritativa.

Nominato ben presto rettore della chiesa del Santissimo Salvatore, detta del Gesù Vecchio, egli, dopo essersi consigliato col suo confessore, il barnabita Francesco Saverio Bianchi, poi canonizzato, accettò l’incarico e subito si mise all’opera per sistemare questa artistica chiesa che con la soppressione della Compagnia di Gesù era passata al Demanio e adibita a teatro, ad aula magna dell’Università e, per diversi anni, persino abbandonata. A sue spese don Placido riparò il tetto e la cupola, acquistò suppellettili ed arredi sacri, riportò all’antico splendore marmi e bronzi, e fece costruire un organo idoneo per rendere più solenni le funzioni liturgiche.

Malgrado tutto, don Placido soleva dire che la chiesa gli sembrava una casa senza padrona e una reggia senza regina. Fece perciò modellare dall’artista napoletano Nicola Ingaldi la Madonnina, come gli era apparsa durante la sua prigionia in Castel Capuano. La statua è di proporzioni ridotte, è parte in creta e parte in legno; le sue vesti sono di lino ingessato e inargentato; sul manto, sulla veste e sopravveste sono dipinti fiori, stelle e frange dorate. La Madonnina sorregge sul braccio sinistro il Bambino, mentre col piede schiaccia la testa del serpente.

Don Placido volle porre nelle mani della Madonna e del Bambino la corona del Rosario, e ai piedi della Vergine, sul globo, simbolo del mondo, un gruppo di teste di angeli; a destra e a sinistra due angeli recanti nelle mani un giglio e una stella; e ancora a destra uno specchio e a sinistra una rosa quasi a richiamare le litanie lauretane.

A questo punto va menzionata una data storica di grande importanza per la devozione dell’Immacolata a Napoli. Leone XII, a chiusura dell’anno giubilare del 1825, concesse all’Archidiocesi partenopea di celebrarlo ancora per tutto il 1826. Don Placido promosse ed ottenne dal Capitolo Vaticano che la Madonnina fosse incoronata il 30 dicembre 1826 dal card. Luigi Ruffo di Scilla, arcivescovo di Napoli.

La celebrazione fu solenne e vi presenziò il re Francesco II con la regina Maria Sofia. Incessante fu il pellegrinaggio dei fedeli e straordinaria la partecipazione ai Sacramenti. Allora don Placido scrisse al cardinale arcivescovo che la gran Signora gli aveva imposto di riferirgli queste sue parole: «Beati i sacerdoti che celebreranno al mio altare e beati i fedeli che vi faranno la comunione nel sabato seguente alla mia incoronazione».

Da allora sino ad oggi nel cosiddetto Sabato privilegiato accorrono a venerare la Madonnina di don Placido innumerevoli pellegrini a confessarsi e a ricevere l’Eucaristia da Napoli e dalla Campania. All’altare maggiore si celebrano ininterrottamente sante Messe durante la notte e il giorno e vari sacerdoti e diaconi distribuiscono l’Eucaristia. Non manca mai a presenziare l’Eucaristia e a confessare il cardinale arcivescovo.