Le Due Sicilie tra Terra Felix e Terra di Lavoro

Una storia più equa e più sincera della agricoltura e degli agricoltori del sud non è stata mai davvero raccontata.

In tutti questi anni, anche da parte di chi si occupa di storia delle Due Sicilie e non solo di quelli schierati con i vincitori del Regno, si è detto che è sempre mancata nelle nostre terre una vera, robusta filiera industriale, che per quel che si è raccontato e si racconta il settore era piuttosto arretrato e bloccato.

In realtà la vera battaglia divulgativa andrebbe affrontata in un altro campo, cioè non quello industriale, anche se le ferriere nel vibonese e le seterie e le cartiere di Terra di Lavoro se non Pietrarsa potrebbero tranquillamente smentire i soliti detrattori dell’era borbonica, ma la vera “industria” delle Due Sicilie era e rimane l’Agricoltura.

Una storia più equa e più sincera dell’agricoltura e degli agricoltori del sud non è stata mai davvero raccontata.

Naturalmente non sono mancati riconoscimenti nello specifico, ma la più parte della gente , che giudica superficialmente senza rendersi conto di quel che dice, ha ignorato e continua a disconoscere queste peculiarità secolare del mondo rurale meridionale.

Molto si scrive oggi della Terra dei Fuochi di quella regione campana che era conosciuta come “Terra Felix”, la fertilissima “Terra di Lavoro”, oggi martoriata dagli interramenti di scorie e schifezze varie, ma non si dice che i patrizi romani tenevano per sé queste nostre terre senza cederne un briciolo ai soldati, che si facevano onore nelle guerre da loro ordinate, e anche se, per regola del tempo, ad ogni veterano si doveva cedere un appezzamento di terreno, un podere come da prassi, la cosa  avveniva si ma in quelle terre che oggi sono l’Umbria, le Marche, l’alto Lazio, mai a sud, dove i nobili si tenevano strette le fertilissime campagne; inoltre si parla sempre poco della Puglia dove si raggiunsero risultati veramente straordinari e dove emergono ancora oggi qualità e primati invidiabili. Il meridione preunitario ha toccato risultati eccellenti in Calabria e in Sicilia, dove il clima e l’acqua hanno permesso la coltura degli agrumi graditi in tutti i mercati del mondo, come pure la coltivazione legnosa su tutti ciliegi, mandorli, fichi, senza dimenticarsi dell’oro giallo prodotto dalle olive, produzione qualitativa un poco in tutte le attuali regioni del sud, l’olivo e la vite che ancora oggi costituiscono una ammirata specialità dell’economia del nostro territorio.

Scipione Staffa ci riferisce della premiazione del premio Tenore 1856, un riconoscimento arrivato grazie all’impegno benemerito delle Regie Società Economiche istituite in tutte le provincie “di qua del faro” nel 1810 con decreti Murattiani e riordinati dai Borbone con decreti del maggio 1817.

Gli sviluppi di queste Regie Società economiche di capitanata furono notevoli e poco riportate ai posteri. Sulle Società Economiche di Capitanata ci sarebbe ancora molto da dire, come sull’incremento della bachicoltura, della gelsicoltura e la filatura della seta, l’incoraggiamento dell’industria dell’olivo, la ricerca delle sementi speciali per il grano e la ricerca di metodi speciali per preservare le coltivazioni dalla golpe o busona, e dall’orobanca, infine per aiutare gratuitamente i contadini con semi per la coltivazione dei prati e incoraggiare le cotoniere, la canapa, il lino e le peci navali. I Borbone incoraggiavano la coltura di molte nuove specie allora sperimentali come quelle dell’opicino, dei grani orientali, grani settantini, barbabietole, rape toscane, fagioli del Capo di Buona Speranza, giuggiolone erobbio. Furono introdotte tori e vacche Svizzere per migliorare la razza dei bovi e sono stati promessi incentivi a chi preparava l’innestamento del merinos, l’introduzione dell’ariete, delle pecore di Sassonia e d’Ungheria, per questo possiamo oggi vantarci di possedere razze nostrane di cavalli, pecore e di maiali.

Attualmente sui terreni che una volta sostenevano comunità intere, si sono costruite strade, palazzi, caseggiati a mo’ di casermoni, tutto in nome di un’industrializzazione che poco ha a che vedere con l’indole e il clima delle nostre terre della nostra gente. Un mondo superfluo che ha tolto il pane dalla bocca agli agricoltori , per necessità delle banche del settentrione, in nome di quel decantato sviluppo economico, che ha portato benefici solo a una parte di questo paese. Una nazione che ha poi svuotato le strade e i comuni meridionali, e soprattutto la campagna del sud, spostando migliaia di contadini stivandoli in fabbriche padane, causando un danno enorme non solo all’economia del Mezzogiorno ma pure annullando lunghe e antichissime tradizioni rurali oramai perdute definitivamente; una Via Crucis che oggi colpisce non più il bracciante ma l’intellettuale, il medico, il professore, l’avvocato, l’ingegnere meridionale, che come una maledizione sta rifacendo il percorso del proprio avo, svuotando ancora, là dove non è giusto accada, le piazze, le vie, gli uffici dei comuni meridionali.