Riceviamo da un infermiere dell’emergenza territoriale irpina e Pubblichiamo.
Alla Direzione Generale dell’ASL di Avellino,
all’Assessorato alla Sanità della Regione Campania,
ai responsabili del Servizio di Emergenza Territoriale 118 dell’ASL Avellino,
ai Presidenti delle ODV convenzionate e relativi Coordinamenti,
all’Ordine delle Professioni Infermieristiche di Avellino,
agli amministratori locali,
agli organi di informazione
e ai cittadini della provincia di Avellino.
Questa lettera nasce dalla necessità di portare all’attenzione pubblica una situazione che da anni si aggrava nel silenzio generale e che rischia di compromettere progressivamente la qualità e la sicurezza del servizio di emergenza territoriale nella provincia di Avellino. Non si tratta di una rivendicazione sindacale, né di una difesa delle associazioni convenzionate, ma di una riflessione sul futuro del 118 irpino e sulla capacità del sistema di continuare a garantire ai cittadini un soccorso realmente efficace, competente e sicuro. Nella provincia di Avellino operano circa trenta postazioni 118. Quindici di esse sono nate come medicalizzate, con equipaggio composto da autista soccorritore, infermiere e medico, mentre le restanti quindici sono postazioni di soccorso di base. La realtà operativa, tuttavia, è ormai molto diversa da quella prevista sulla carta: nelle postazioni originariamente medicalizzate, per una parte consistente dei turni, spesso superiore alla metà, il medico non è presente e la gestione sanitaria dell’intervento è affidata all’infermiere. È necessario chiarire subito un punto, per evitare qualsiasi interpretazione distorta: la leadership infermieristica non rappresenta di per sé una criticità, né può essere considerata inferiore a quella medica. Gli infermieri dell’emergenza territoriale hanno dimostrato negli anni autonomia, competenza clinica, capacità decisionale e senso di responsabilità, diventando spesso il vero punto di riferimento sanitario del soccorso extraospedaliero. Il problema non è quindi che l’infermiere operi senza il medico; il problema è che sempre più frequentemente a ricoprire questo ruolo siano professionisti con pochissima esperienza lavorativa, inseriti in un contesto ad altissima complessità senza che il sistema riesca più a garantire un adeguato trasferimento di competenze da parte di personale esperto e stabile. Le associazioni convenzionate sono costrette a reperire continuamente nuovi infermieri, spesso neolaureati, da inserire in lunghi percorsi di affiancamento. Sempre più spesso, però, questi professionisti vengono formati da colleghi che sono a loro volta entrati nel servizio da poco tempo. Si sta così creando una catena nella quale l’esperienza complessiva si riduce progressivamente, mentre aumentano le responsabilità operative. Un infermiere appena formato può trovarsi in breve tempo a rappresentare l’unica figura sanitaria a bordo di un’ambulanza, chiamato a valutare pazienti critici, applicare protocolli, assumere decisioni tempestive e operare in contesti difficili, lontani dagli ospedali e senza il supporto diretto di un medico. L’emergenza territoriale non può essere appresa soltanto attraverso la laurea, i corsi obbligatori o poche settimane di affiancamento. Richiede esperienza sul campo, capacità di leggere rapidamente situazioni complesse, conoscenza del territorio, padronanza degli strumenti, lucidità decisionale e consapevolezza dei propri margini di autonomia e responsabilità. Sono competenze che si costruiscono nel tempo e che dovrebbero essere conservate all’interno del servizio. Oggi, invece, il sistema sembra funzionare secondo un continuo ricambio: si reclutano nuovi infermieri, li si affianca, li si forma e, quando iniziano ad acquisire esperienza, questi lasciano il servizio per opportunità lavorative più stabili, più tutelate e spesso meglio retribuite. Il ciclo ricomincia così senza interruzione, dodici mesi l’anno. Le associazioni sono costrette a cercare continuamente nuovo personale da affiancare, mentre diventa sempre più difficile costruire equipaggi stabili, consolidare le competenze e creare una vera cultura professionale dell’emergenza territoriale. Formalmente le ambulanze continuano ad uscire e nessuna postazione resta scoperta di infermiere, ma ciò avviene soltanto grazie al ricorso massiccio ai libero-professionisti e agli straordinari dei dipendenti. Il servizio viene quindi mantenuto in equilibrio attraverso soluzioni emergenziali e disponibilità individuali, non attraverso una programmazione strutturale del personale. Se il sistema dovesse basarsi esclusivamente su infermieri dipendenti, senza il contributo di chi opera in regime di libera professione, che garantisce un numero di ore superiore a quello del personale assunto, emergerebbe con chiarezza una carenza stimabile in almeno due infermieri per ciascuna postazione. Non si tratta pertanto di una difficoltà occasionale, ma di una fragilità strutturale che viene quotidianamente nascosta dal sacrificio dei professionisti. E la situazione è destinata solo a peggiorare. Le cause di questa situazione sono note. Le associazioni convenzionate non sono in grado di competere con le aziende sanitarie pubbliche né sul piano economico, né su quello della stabilità contrattuale, né su quello delle prospettive professionali. Un contratto legato a una convenzione quinquennale non può offrire le stesse garanzie di un’assunzione pubblica. Allo stesso modo, il livello retributivo, le tutele, i percorsi di carriera e la percezione di sicurezza lavorativa risultano inevitabilmente meno attrattivi rispetto a quelli garantiti dalle aziende sanitarie. Negli ultimi anni, ma in modo particolare nelle ultime settimane, inoltre, le numerose assunzioni effettuate negli ospedali, nelle case e ospedali di comunità e negli altri servizi territoriali hanno progressivamente prosciugato il bacino di infermieri disponibili. È certamente comprensibile che le aziende pubbliche assumano personale per rafforzare i propri servizi, ma non si può ignorare la contraddizione di fondo: la stessa ASL che è titolare del servizio 118 affida la gestione delle postazioni alle associazioni convenzionate e, nello stesso tempo, assume gli infermieri che quelle associazioni hanno formato e sui quali avevano costruito la continuità del servizio. In questo modo, la responsabilità di mantenere l’infermiere a bordo dell’ambulanza resta formalmente a carico dell’associazione, mentre l’azienda pubblica continua ad attingere al medesimo bacino professionale senza farsi realmente carico delle conseguenze sul sistema di emergenza territoriale. Il problema viene quindi trasferito, non risolto. Si riempiono altri servizi, ma si svuota il 118, lasciando che siano le associazioni a fronteggiare da sole una carenza che, in realtà, è prodotta anche dalle politiche di reclutamento della stessa sanità pubblica. Neppure le associazioni possono però limitarsi a lamentare la mancanza di infermieri. Da anni conoscono le criticità del sistema, almeno dal periodo del Covid-19, ma raramente hanno assunto una posizione pubblica chiara e condivisa. Hanno continuato a garantire i turni attraverso straordinari, collaborazioni libero professionali e continui nuovi inserimenti, senza mettere realmente in discussione un modello che mostra ormai tutti i suoi limiti. È legittimo chiedersi se questo silenzio dipenda soltanto dalla volontà di garantire il servizio o se, in alcuni casi, siano entrati in gioco anche interessi organizzativi ed economici. Il ruolo delle associazioni di volontariato nel sistema 118 merita rispetto, ma non può diventare un alibi per rinunciare a una governance sanitaria pubblica. Non è accettabile che la selezione, la gestione e la permanenza dell’ultima figura sanitaria stabilmente presente sulle ambulanze siano affidate a organizzazioni che, soprattutto nei piccoli centri, possono essere guidate da persone prive di qualsiasi competenza sanitaria, gestionale o conoscenza dell’emergenza territoriale. La buona volontà, il radicamento nel territorio e l’impegno volontaristico non possono sostituire la responsabilità istituzionale, la programmazione professionale e la competenza tecnica. Se l’infermiere è ormai, nella maggior parte dei turni, l’unico professionista sanitario presente sui mezzi di soccorso avanzato, deve essere direttamente inserito nell’organizzazione pubblica titolare del servizio. Deve essere dipendente dell’ASL, selezionato secondo criteri uniformi, formato attraverso percorsi strutturati, aggiornato costantemente e valorizzato per le competenze e le responsabilità esercitate. Non è più sostenibile che una funzione così essenziale venga affidata a rapporti di lavoro frammentati, a convenzioni temporanee o a organizzazioni esterne che non possono garantire la stessa stabilità, uniformità e continuità professionale. Il punto non è sottrarre valore alla leadership infermieristica, ma proteggerla. Un infermiere esperto, formato e stabilmente inserito nel sistema rappresenta una risorsa straordinaria per l’emergenza territoriale. Un sistema che, invece, costringe continuamente professionisti inesperti a entrare, formarsi rapidamente e assumersi responsabilità crescenti, per poi perderli poco dopo, sta progressivamente abbassando la qualità complessiva del servizio. Quando un’organizzazione perde i professionisti più esperti e li sostituisce continuamente con personale da formare, non sta affrontando soltanto una carenza numerica. Sta perdendo memoria professionale, competenze consolidate, capacità di gestire l’imprevisto e possibilità di trasmettere esperienza alle nuove generazioni. In emergenza-urgenza, tutto questo non rappresenta un semplice problema organizzativo: è un problema di sicurezza per il cittadino e per gli stessi operatori. Per queste ragioni è necessario aprire un confronto serio e pubblico sul futuro del 118 irpino. L’ASL di Avellino e la Regione Campania devono assumersi la responsabilità di ripensare l’attuale modello, partendo dall’internalizzazione del personale infermieristico, dalla definizione di organici adeguati, dalla stabilizzazione dei professionisti già esperti e dalla costruzione di percorsi formativi realmente strutturati. Le associazioni convenzionate, dal canto loro, devono smettere di limitarsi a tamponare le difficoltà e avere il coraggio di denunciare con chiarezza ciò che non è più sostenibile. Continuare a mantenere formalmente operative le postazioni non significa garantire un servizio di qualità. La vera domanda non è soltanto se l’ambulanza riesca a partire, ma con quali competenze, con quale esperienza e con quale livello di sicurezza arrivi dal cittadino. Il sistema 118 non può continuare a reggersi sul sacrificio personale, sulla disponibilità senza limiti degli infermieri e su un ricambio continuo di professionisti appena formati. È necessario intervenire prima che questa fragilità diventi una vera emergenza. Perché quando a essere indebolito è il primo anello della catena del soccorso, le conseguenze non ricadono sulle associazioni, sull’ASL o sui singoli operatori, ma sull’intera comunità.
Un infermiere dell’emergenza territoriale irpina.