Michele Vespasiano tra il rigore della ricerca scientifica e il candore delle storie.

Lo scrittore irpino, Michele Vespasiano, ci racconta delle sue fatiche letterarie, del suo impegno nella valorizzazione della memoria storica, del nostro territorio e non solo, e della scoperta degli storytelling dei suoi personaggi.

Per BelvedereNews abbiamo intervistato Michele Vespasiano scrittore, storico, saggista irpino e insegnante di italiano originario di Sant’Angelo dei Lombardi. 

Parlaci un po’ di Michele Vespasiano.

Sono, nell’anima e nelle radici, un figlio di Sant’Angelo dei Lombardi. Nella vita ho avuto il privilegio di insegnare, un mestiere che mi ha permesso di stare a contatto con ragazzini nei quali ho sempre visto il futuro, coltivando al contempo un’antica e viscerale passione per la parola scritta. Quest’interesse mi ha spinto, timidamente, a dare alle stampe, giusto trent’anni fa, una raccolta di racconti biografici, Casa e putea: figure e mestieri nella memoria, un’opera a cui sono profondamente legato, perché nasceva dal desiderio di preservare e raccontare la memoria sociale del lavoro a Sant’Angelo dei Lombardi; un obiettivo che non mi ha mai abbandonato e che, poi, ho perseguito in quasi tutti i libri e i saggi di storia o di narrativa che ho pubblicato finora. La mia scrittura, in maniera più convinta, ha poi virato verso il giornalismo, portandomi a diventare pubblicista iscritto all’albo della Campania e a collaborare attivamente con testate come il Corriere dell’Irpinia, Il Mattino e il Quotidiano del Sud. Ma se dovessi definirmi oggi, direi che sono un custode di storie. Da sempre scavo nella storia, nell’arte e nel costume del mondo appenninico. Quello della nostra dorsale non è solo un paesaggio geografico, ma è un paesaggio dell’anima che ho cercato di tratteggiare in numerosi libri e saggi. Nella mia attività pubblicistica e letteraria oscillo costantemente tra il rigore della storiografia e il volo libero della narrativa, due anime che in me non si escludono, ma si completano con la stessa, identica passione.

Come nasce il tuo rapporto con la scrittura?

Nasce come un bisogno di respirare, un modo per dare un ordine al caos che si agita nel mio animo e per trattenere la bellezza che sfugge. Questa passione affonda le radici in un tempo lontano, anche se per anni è rimasta sottotraccia, intrecciandosi con il giornalismo e con la ricerca storica. Prima ancora o accanto al rigore scientifico di saggi a cui sono profondamente legato – come Ecclesia Mater Angelensis, lo studio su Placido Imperiale o il recente e doloroso La guerra dal cielo, dedicato agli aviatori caduti in Alta Irpinia – ho sentito a un certo punto il bisogno di sciogliere gli ormeggi alla fantasia. Volevo una scrittura senza confini documentali. Da questa urgenza sono nati libri come È verde il Paradiso, Caramelle di zucchero e altre nostalgie, Voglio vivere altrimenti e Taccuino dei giorni fuori squadro. Fino ad arrivare all’incontro letterario con Emanuela Sica, con la quale è nata la bellissima avventura de La ragazza di Vizzini, un romanzo scritto letteralmente “a quattro mani e due cuori”. Per me scrivere è questo: un continuo ponte tra la verità dei fatti e la verità dei sentimenti.

Qual è il messaggio che generalmente vuoi comunicare con le tue opere letterarie?

Se dovessi racchiudere tutta la mia produzione in un’unica parola, questa sarebbe “memoria”. Ma non intesa come polverosa nostalgia, bensì come atto d’amore e di giustizia. Nei miei lavori storici, come Nati per caso o il saggio sulle Società di mutuo soccorso di Sant’Angelo, l’obiettivo che mi sono dato è stato di restituire dignità, voce e volto a chi è rimasto indietro, a una civiltà irpina che rischia l’oblio. Nella narrativa, invece, amo indagare l’invisibile, il mistero delle relazioni umane. Con La ragazza di Vizzini e il suo prequel Per ultimo l’amore, ho voluto esplorare il sentimento amoroso nelle sue sfumature più imperfette, spigolose e, proprio per questo, straordinariamente autentiche. A questo filone introspettivo appartengono pure i racconti Un leccalecca per Samia, secondo classificato alla XXIV edizione del Premio Letterario Nazionale di Poesie e Racconti “Alessio Di Giovanni”, promosso dal Caffè letterario Luigi Pirandello di Agrigento (2021), e Francuzzo, vincitore della relativa sezione del primo Premio “Carlo Gesualdo – Il Principe dei Musici” (2020). Al filone della memoria appartiene, invece, il racconto Pane, Pizza e Taralli del forno di Sant’Angelo dei Lombardi, vincitore del contest “Il Futuro nelle nostre radici”, per la sezione speciale “Cibo”, organizzato dalla casa editrice Discoverplaces.travel (2021), che valse come premio ben 100 chili di pasta “la Molisana”, distribuiti dal mio Comune alle famiglie indigenti del paese. Infine, c’è la scrittura come scudo e come grido. E mi riferisco al mio ultimo libro pubblicato, un’avventura finora inedita per il mio percorso: una raccolta di poesie. Non mi reputo un poeta nel senso accademico del termine, ma con la raccolta Sudari & Speranze: poesie per Gaza ho sentito il dovere morale di prestare la mia penna a un impegno civile e umano che non ammette neutralità, urlando il dolore per i bambini palestinesi vittime del conflitto. Il messaggio, in fondo, è sempre lo stesso: restare umani.

Che tipo di location scegli generalmente per realizzare le tue presentazioni?

Non amo le presentazioni formali e fredde, perciò cerco luoghi che abbiano un’anima, spazi capaci di dialogare intimamente con le pagine dei miei libri. Fare una presentazione è per me un rito collettivo: significa voler accendere un fuoco e sedersi intorno a raccontare. Ho avuto la fortuna di portare i miei libri in contesti di straordinaria suggestione, come la nostra meravigliosa Abbazia del Goleto, ma anche in spazi prestigiosi come il Teatrino di Corte della Reggia di Monza. Mi piace però anche avvicinare le mie storie ai luoghi della politica e del dibattito, come la Sala Nassirya del Consiglio Regionale della Campania a Napoli, o immergermi nel calore della gente durante i festival letterari, dal Campania Book Fair ad Avellino fino alla Festa del Libro di Sant’Andrea di Conza, un vero e proprio avamposto di resistenza culturale nel cuore dell’Irpinia.

Progetti per il futuro? Quali evoluzioni desideri per la tua operazione artistica?

Il mio cammino continua a muoversi su binari paralleli e stimolanti. Da un lato c’è l’esplorazione del mito e del fantastico; la mia raccolta Storie fantastiche ed altre amenità, che ha recentemente ricevuto il prestigioso riconoscimento del primo premio al concorso “L’Inedito Francesco De Sanctis”, mi sta spingendo a indagare ancora di più il realismo magico insito nelle nostre credenze popolari. Dall’altro, non abbandonerò mai la ricerca storica, che sempre più spesso assume la forma del contributo scientifico per riviste di settore. Sento il dovere di continuare a scavare nelle pieghe del passato irpino, una terra bellissima e complessa che ha ancora tantissimo da rivelare. Per il futuro desidero che queste due anime si fondano sempre di più. Vorrei che la storia locale diventasse il palcoscenico per narrazioni universali e, soprattutto, desidero che la mia scrittura mantenga e amplifichi la sua impronta civile. Oggi più che mai, l’arte deve essere una bussola etica per il tempo difficile che stiamo vivendo.

Cosa ti ha ispirato per scrivere la tua ultima opera letteraria?

L’ispirazione per Sudari & Speranze: poesie per Gaza (2025) non è scaturita da un moto estetico, ma da uno strappo nel cuore, dalle lacrime che hanno bagnato le mie notti. È nata dall’insopportabile peso del silenzio. Guardando le immagini devastanti che arrivavano da Gaza (su cui purtroppo i riflettori di gran parte dei media si sono spenti, coprendo una tragedia immane) e il dolore indicibile dei bambini, ho avvertito un senso di impotenza che rischiava di soffocarmi. La poesia, allora, è diventata l’unico strumento possibile per incanalare la rabbia e il dolore, trasformandoli in testimonianza attiva. Questa raccolta è un atto di ribellione contro l’indifferenza, un ponte di parole teso verso chi soffre, affinché sappiano che, anche da un piccolo angolo dell’Alta Irpinia, c’è qualcuno che piange con loro e scrive per loro.

Grazie Michele!

Grazie a Voi!