Morto Sarri, viva il sarrismo!

di SALVATORE CESARANO

“Il nostro obiettivo è la bellezza. Ci piace divertire e divertirci. Se poi corrisponde ai risultati, ci fa piacere”. Signori, questo è (anzi, era) Maurizio Sarri, l’uomo in tuta, il banchiere, il Comandante, e questa invece è la storia di un matrimonio grottesco sotto ogni punti di vista.

La Juventus non è semplicemente una squadra di calcio, non lo è mai stata. La maglia bianconera è sempre stata più una divisa che una casacca, per una società, come quella degli Agnelli, che ha sempre imposto il suo “stile” ai suoi dipendenti. Pensare che Sarri possa sedere sulla panchina della Juve fino a qualche mese fa sembrava abbastanza utopico; il “cafone”, quello in tuta, sempre con un filtro in bocca e poco affine agli standard bianconeri per quanto riguarda la forma. Ancor meno affine se consideriamo invece la sostanza. Il tecnico di Figline è un personaggio molto esuberante, difficile da uniformare, e soprattutto per questo poco incline all’omologazione juventina dove tutti sono importanti ma nessuno è indispensabile. Forse stavolta la società torinese sarà più flessibile, o forse sarà proprio Maurizio Sarri a snaturarsi completamente per completare un processo di camaleontismo iniziato dopo la finale di Baku. Inoltre, saranno difficili da digerire per l’ambiente Juventus parecchie dichiarazioni rilasciate dal suo nuovo allenatore quando allenava il Napoli. Si può partire da un emblematico “sulla Juve la penso come i tifosi (del Napoli ndr), ho il loro stesso retropensiero, ma non fatemi entrare nei dettagli” [25/09/15], passando per la critica ai calendari che imponevano sempre alla Juve di giocare prima del Napoli, “penso sia stato un errore mastodontico fatto dalla Lega, in alcune gare si poteva mediare e creare soluzioni simili, quindi o giocare in contemporanea o fare giocare qualche gara avanti a noi. Mi dispiace, sono certo che si sia verificata in buona fede, ma un minimo dubbio sulle capacità di chi deve organizzare queste cose mi viene” [21/01/18]. Proseguendo ancora, riferendosi allo “scudetto perso in albergo” Sarri diceva “bisogna pensare solo al campo, senza secondi pensieri, io non voglio pensare a nient’altro. La vita ci insegna che tutto finisce, e quindi prima o poi finirà anche quello che vediamo in Italia. Impoverendo il sistema, si impoveriscono anche i più ricchi” [29/04/18]; e infine l’attacco più diretto ai bianconeri: “rigori al Napoli? Bisognerebbe fucilare i giocatori, oppure mettergli la maglia a righe…” [09/09/15]. In ogni caso aspettiamoci un’abiura di galileiana memoria per permettergli di svolgere il suo lavoro in tranquillità senza dover essere costretto a scansare quotidianamente i frutti della sua incoerenza.
Altra nota dolente del rapporto Sarri-Juventus un dito medio rivolto ad alcuni tifosi juventini (non tutti) che, all’arrivo del Napoli all’Allianz Stadium, insultavano e sputavano contro il pullman degli azzurri, inneggiando alla loro morte perchè napoletani. Maurizio Sarri, con le sue parole e con i suoi gesti, è arrivato a erigersi come paladino dei napoletani, una sorta di Masaniello, difensore del popolo partenopeo in campo, ma soprattutto fuori dal rettangolo verde. Per esempio in quel 13 maggio 2018, quando a Genova l’ex-allenatore del Napoli minacciò di ritirare la propria squadra dal campo se quel “Vesuvio lavali col fuoco” fosse continuato, la partita fu sospesa e ci fu l’opportunità di dar vita a un precedente per condannare tutte le successive vergogne che si verificavano a turno negli stadi di tutt’Italia. Adesso sarà curioso vedere come il tecnico nato a Bagnoli reagirà ai cori di discriminazione territoriale nei confronti di quello che egli stesso ha definito come il “suo popolo”, magari alzando ancora quel dito medio, o magari no, tradendo ancora una volta sé stesso. Il controsenso più grande di questo matrimonio, però, sono le ideologie delle due controparti, mai così distanti l’una dall’altra. È il “vincere è l’unica cosa che conta” che sposa “il mio obiettivo è la bellezza”, il “risultatismo” che sposa il “bel gioco”, il “capitalismo sabaudo” che sposa il “socialismo sarrista”. È risaputo che le squadre di Sarri hanno bisogno di tempo per assimilare i concetti, gli schemi, le tattiche del proprio allenatore, e la Juve non può aspettare, la Juve deve vincere sin da subito, per mettere in cassaforte l’ennesimo scudetto e pensare alla Champions con tranquillità. Probabilmente allora ancora una volta Sarri si snaturerà, non potendo costringere giocatori del calibro di Cristiano Ronaldo e Dybala a giocare a due tocchi senza custodire gelosamente quel pallone tra i piedi per qualche secondo ogni volta; ma adesso i tradimenti di Maurizio Sarri nei confronti di sé stesso iniziano a non contarsi più.

Non è una questione di soldi. Sarebbe stato troppo facile da comprendere, e certamente il sottoscritto non si sarebbe dilungato in uno sproloquio per affermare una tale banalità. Sarri percepirà lo stesso ingaggio che percepiva al Chelsea, che è anche inferiore del suo predecessore Massimiliano Allegri. Allora cos’ha spinto un allenatore che ha appena vinto l’Europa League, che gode dell’assistenza di uno dei procuratori più influenti nel panorama europeo, a scegliere la Juventus? Sarri poteva andare ovunque, ma ha scelto di andare lì. Non è nemmeno una questione di opportunità: poteva farsi esonerare al Chelsea e guadagnare lo stesso sei milioni all’anno per il resto della durata del contratto. Maurizio Sarri ha scelto la Juventus perchè vuole vincere, e così si consuma il delitto del tecnico che saltava al coro “chi non salta bianconero è”. In soli due anni si è consumato il delitto di chi preferiva ricordare l’Olanda di Cruijff piuttosto che la Germania di Beckenbauer. Il Comandante che si era caricato sulle spalle una metropoli in una notte di Torino per cercare di vincere uno scudetto, che da queste parti ha il particolare sapore di rivalsa sociale, ha deciso di entrare nel palazzo, ma senza rivoluzione: su invito. Colui che da molti era stato additato come un personaggio “contro il sistema” è stato forse frainteso; evidentemente non era Sarri contro il sistema, era il sistema che non riusciva ad accettare un uomo che si è fatto da solo su campi di provincia e che fino a 8 anni fa mangiava la polvere a Sorrento. Sarri era contro il sistema perchè il sistema, il palazzo, era contro di lui e non riusciva a comprenderne il genio o la poesia di una triangolazione tra Ghoulam, Hamsik e Insigne sulla fascia sinistra. Alla prima occasione l’allenatore di Figline ha seppellito tutte le sue belle parole e la sua ideologia per provare a vincere la Champions League, che è un’ossessione dalle parti di Vinovo. Ma se non dovesse riuscirci?Nell’eventualità in cui Maurizio Sarri non dovesse vincere la Champions League si dovrebbe accontentare dell’ennesimo scudetto per la Juve, risultando di essere uno tra i tanti, nella memoria juventina al di sotto di quel Max Allegri che è la sua perfetta nemesi, e nella memoria napoletana come traditore ancora peggio Higuain (che adesso va forse rivalutato).

Quindi quello tra Maurizio Sarri e la Juventus è un matrimonio che ha tutto da perdere e che lascia spazio a parecchie incongruenze. Solo il tempo ci dirà chi ha avuto ragione e chi no, però con certezza posso affermare che oggi è morta una delle ultime bandiere di questo calcio anaffettivo dove gli ultimi illusi sono proprio i tifosi. Sarri ha ucciso Sarri, ma non potrà uccidere i ricordi di un triennio magico, in cui la squadra e il popolo napoletano si fondevano per diventare un tutt’uno, come ai tempi di Maradona. Il “sarrismo” per la Treccani rappresenta la concezione del gioco del calcio propugnata dall’allenatore Maurizio Sarri, fondata sulla velocità e la propensione offensiva; per estensione, l’interpretazione della personalità di Sarri come espressione sanguigna dell’anima popolare della città di Napoli e del suo tifo. La Juventus potrà persuadere e comprare Sarri, ma non il sarrismo con le sue emozioni e la sua poesia vissute in quei tre anni a Napoli che non potranno mai essere replicate dalle parti di Torino. Morto Sarri, viva il sarrismo!