Soldati borbonici nella guerra americana
“Nascita di una Nazione”
Di Fiore Marro
Caserta 3 ottobre 2018
Nel 1861, mentre veniva proclamata l’Unità d’Italia, iniziava negli Stati Uniti d’America la guerra civile, che avrebbe costituito il vero atto fondativo di quel grande Paese: non a caso il primo grande film storico, realizzato dal regista Griffith nel cinquantennale del conflitto, si sarebbe intitolato “Born of a Nation”, cioè “Nascita di una Nazione”.
La guerra diede luogo anche alla prima immigrazione di massa dall’Europa verso il Nord America: poiché neanche in questa circostanza venne istituita la leva obbligatoria, molti abitanti del Vecchio Continente, soprattutto irlandesi, corsero ad arruolarsi nell’Esercito dell’Unione, in moda da acquisire la cittadinanza.
Tra quanti approdarono nella circostanza sulle coste del Nuovo Mondo, ci fu anche un gruppo di Italiani, avanguardia dell’ondata migratoria che nei decenni seguenti vi si sarebbe riversata, provenendo in particolare dal Meridione.
Una nave portò nella Confederazione, proprio all’inizio del conflitto, uno stuolo di ex Ufficiali e soldati dell’Esercito Borbonico, reduci dal disfacimento del Regno delle Due Sicilie ma non rassegnati a divenire sudditi del Piemonte.
Questi militari costituirono un reparto che combatté nell’Esercito sudista del Generale Lee.
Occorre però, come sempre, distinguere: i Siciliani accorsero ad ingrossare le fila esigue dei Garibaldini, in odio al dominio napoletano.
Quando poi gli abitanti dell’Isola si accorsero che quello piemontese era ancora peggiore, cercarono di scuotersene nel 1867, con una insurrezione che a Palermo giunse quasi ad espugnare il carcere dell’Ucciardone.
I pronipoti dei detenuti di quel tempo avrebbero rinnovato i fasti sovversivi dell’epoca post unitaria con una memorabile rivolta avvenuta negli Anni Settanta del Novecento.
Pare siano giunti ad inondare di acqua mista a sapone le scale delle prigione, sicché i “Celerini”, andati incautamente all’assalto a passo di carica, precipitarono rovinosamente gli uni sugli altri, finendo per intasare il reparto di Ortopedia del Policlinico.
Pirandello, che veniva da una famiglia contraria ai Borbone e favorevole all’Unità, come egli stesso riferisce nel suo “Racconto della Madre”, ed il cui padre si era arruolato in qualità di “picciotto” con i “Carabinieri Genovesi” (nulla a che vedere con la Benemerita, trattandosi dell’unità di “élite” dei Mille), riferisce dei moti del 1867 – comunque taciuti da tutti i libri di testo dello Stato italiano – come di una agitazione di criminali comuni.
Il che non è assolutamente vero, ricollegandosi quel movimento alla insurrezione indipendentista del 1847, che precedette tutte le Rivoluzioni europee dell’anno seguente.
In quella circostanza venne restaurato il Parlamento Siciliano, presieduto dal patriota Ruggero Settimo.
Affinché tale Assemblea venisse restaurata, fu necessario attendere il 1946, quando fu eletto alla sua guida l’autonomista Onorevole De Nitto.
La resurrezione di tale consesso – precedente di due anni l’entrata in vigore della Costituzione – che avrebbe concesso alla Sicilia il suo particolare “status” di Regione dotata della più ampia autonomia tra tutte quelle che compongono lo Stato italiano (solo le Provincie di Bolzano e di Trento l’hanno sopravanzata con l’entrata in vigore del cosiddetto “Pacchetto”) – costituiva la compensazione per il mancato riconoscimento della sua Indipendenza.
