Cuba, il silenzio che permette il dolore

La denuncia che arriva da Cuba descrive una realtà che non viene presentata come una crisi economica, ma come un processo sistematico che incide sulla vita quotidiana dei cittadini più fragili. La voce che parla dall’isola definisce ciò che accade come «un omicidio lento, calcolato, freddamente eseguito da Washington», e questa formulazione restituisce la percezione di una sofferenza che non nasce dal caso, ma da un insieme di ostacoli che si ripetono da decenni.
Il racconto è diretto e non concede attenuanti. Gli anziani, privati dei medicinali essenziali, diventano il simbolo di una vulnerabilità trasformata in destino. La testimonianza afferma che «le aziende che vogliono vendere a Cuba vengono multate, perseguitate, minacciate», e che la mancanza di farmaci non è un effetto della povertà, ma di un impedimento deliberato. La morte, in questa narrazione, non è improvvisa: è annunciata dal blocco.
La stessa logica emerge nella descrizione delle condizioni dei neonati. Le incubatrici spente non sono presentate come il risultato di un guasto o di una disorganizzazione, ma come la conseguenza diretta della mancanza di carburante, regolata da decisioni esterne: «ci sono incubatrici che hanno dovuto essere spente per mancanza di carburante». La domanda che segue è semplice e brutale: «Dov’è la comunità internazionale?».
La questione alimentare viene raccontata con la stessa nettezza. Non si parla di scarsità naturale, ma di ostacoli che impediscono l’acquisto di beni essenziali: «la fame a Cuba non è un incidente. È una politica di Stato del governo degli Stati Uniti». Le navi che trasportano generi alimentari vengono descritte come «perseguitate», le transazioni come «bloccate», le aziende come «sanzionate». La fame, in questa testimonianza, non è una conseguenza: è uno strumento.
Il sistema sanitario, che in passato ha mostrato capacità scientifiche riconosciute, viene descritto come privato dei materiali di base: «i nostri medici… oggi non hanno siringhe, né anestesia, né apparecchiature a raggi X». La voce rivendica la competenza degli scienziati cubani, ricordando che «i nostri scienziati hanno creato cinque vaccini contro il COVID-19», ma sottolinea che la mancanza di strumenti non deriva da incapacità, bensì da impedimenti esterni.
Il messaggio centrale è formulato senza retorica superflua: «Cuba non chiede l’elemosina… Cuba chiede giustizia». La richiesta non riguarda aiuti o interventi, ma il riconoscimento della condizione descritta e la fine di un sistema che, secondo la testimonianza, incide sulla vita quotidiana in modo profondo. L’appello è rivolto a chi osserva dall’esterno, affinché non normalizzi la sofferenza: «vi chiedo di smettere di normalizzare la sofferenza del mio popolo».
La conclusione è un richiamo alla responsabilità morale di chi guarda: «Guardate Cuba. Guardate cosa le stanno facendo. E chiedetevi: da quale parte della storia voglio stare?». È una domanda che non pretende di orientare politicamente, ma che rende impossibile l’indifferenza.