PILLOLE DI CULTURA. IL CRISTIANESIMO HA ABOLITO LA SCHIAVITU’.

di Giovanni Raimondo

Il Cristianesimo ha abolito la schiavitù
Purtroppo i cristiani oggi giorno come nella storia, vengono accusati di nefandezze che con il Cristianesimo nulla hanno a che fare. Una delle problematiche che viene ancora sollevata contro i cristiani è il non aver deplorato la piaga della schiavitù. Ma ne siamo proprio sicuri??Che cosa dice il Cristianesimo a riguardo??
Nella vita di antichi popoli la schiavitù è stata per molti secoli la più grave piaga, di cui nessuno in linea di principio metteva in discussione la legittimità. Persino molti schiavi consideravano naturale il loro status. Anche grandi pensatori come Platone e Aristotele (quest’ultimo con qualche oscillazione), negavano agli schiavi il possesso delle qualità proprie dell’uomo. I Romani, pur se non reputavano gli schiavi inferiori per natura, a livello giuridico li qualificavano come proprietà del padrone. Solo la filosofia stoica( corrente filosofica e spirituale greca, di impronta razionale), basandosi sul comune possesso della natura umana, propugnava un trattamento più benevolo verso gli schiavi, come attestano soprattutto le Epistole a Lucilio di Seneca. Il cristianesimo sin dall’inizio si preoccupa della condizione degli schiavi. Nel Nuovo Testamento, anche se la questione della schiavitù non viene affrontata in termini espliciti, il concetto della comune fratellanza e dell’uguaglianza di tutti gli uomini davanti a Dio destituisce di ogni fondamento l’idea che un uomo possa essere proprietà di un altro uomo.
Che cosa diceva San Paolo??
Le lettere dell’apostolo Paolo sono significative, poichè scrive ad esempio:
“Noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito, per formare un solo Corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi” (1 Cor 12,13).
“Non c’è più Giudeo né Greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (Gal 3,28).

Ma c’è anche un’altra lettera inviata a Filemone che attesta in larga misura, oltre alla dolcezza del cuore di Paolo, la nuova dignità di cui il cristianesimo riveste lo schiavo. Filemone era un eminente membro della Chiesa di Colosse, e teneva uno schiavo di nome Onesimo. Onesimo si era dato alla fuga, sottraendo anche una somma di denaro, ed era riuscito a raggiungere Roma, dove grazie a Paolo si era convertito ed aveva ricevuto il battesimo. In casi simili il padrone poteva infliggere pene terribili, che giungevano fino alla crocifissione. L’Apostolo rimanda Onesimo a Filemone, chiedendogli, ora che è divenuto cristiano, di riceverlo “come le viscere” stesse di Paolo e come “fratello carissimo”. Anche nelle altre lettere, numerose sono le esortazioni rivolte da Paolo ai padroni e agli schiavi, a cui non cessa di ricordare i doveri reciproci:
“Bontà da parte degli uni, sottomissione da parte degli altri”.

Questo versetto che può sembrare un versetto di guerra, ma che non è,spiega che se si vuole vivere in fratellanza, bisogna viverla in Cristo.

Altri versetti come quello di Efesini,5-6-9, che recitano così:
5) Schiavi, obbedite ai vostri padroni terreni con rispetto e timore, nella semplicità del vostro cuore, come a Cristo, 6)non servendo per farvi vedere, come fa chi vuole piacere agli uomini, ma come servi di Cristo, facendo di cuore la volontà di Dio, 7)prestando servizio volentieri, come chi serve il Signore e non gli uomini. 8)Voi sapete infatti che ciascuno, sia schiavo che libero, riceverà dal Signore secondo quello che avrà fatto di bene.9) Anche voi, padroni, comportatevi allo stesso modo verso di loro, mettendo da parte le minacce, sapendo che il Signore, loro e vostro, è nei cieli e in lui non vi è preferenza di persone.

Questo versetto ci parla del rapporto servi-padroni. Venti secoli fa, quando Paolo scriveva la Lettera agli Efesini, nel mondo greco-romano questo tipo di rapporto era accettato e molto diffuso. Oggi giorno, invece almeno nel mondo occidentale, non ci sono più padroni e servi; ci sono invece datori di lavoro e lavoratori. Per cui in questo brano, quando sentiremo “servi”, noi comprenderemo “lavoratori”; e quando sentiremo “padroni”, comprenderemo “datori di lavoro”.
La Bibbia ci parla del rapporto tra dipendenti e  datori di lavoro. Ai dipendenti viene chiesto di rispettare

e collaborare con i datori di lavoro e di fare un buon lavoro in modo onesto a prescindere se il datore di lavoro è presente o meno. Invece ai datori di lavoro viene chiesto di trattare chi sta sotto di loro in modo equo e giusto quindi con gentilezza e rispetto. E vietato sfruttarli. Questo è il messaggio che la Bibbia ci vuole far capire, ma adesso analizzeremo versetto per versetto per capire meglio.

Il versetto 5 vuole spiegare che noi dobbiamo ubbidire “secondo la carne” cioè ai signori “umani”, con rispetto e sincerità. Il versetto 6 ci spiega che il dipendente deve lavorare in modo onesto, non per fare bella figura davanti a Gesù, ma per compiere la nostra opera in modo pulito. Questo versetto ci dice anche che non dobbiamo lavorare “per essere visti”, ma per mostrare impegno e dedizione in modo costante, onesto e autentico che significa fare la volontà di Dio. In più quando il nostro datore di lavoro ci chiede di svolgere compiti illegali, noi facciamo la volontà di Dio, dicendo di no. Un buon cristiano sa che Dio lo sta osservando anche quando il capo umano è assente. Il versetto 7 ci dice di servire con benevolenza il datore di lavoro come servireste il Signore. Il versetto 8 riprende il concetto del 7°, appurando che noi lavoriamo per il padrone umano, ma il nostro premio più importante proviene non da lui, bensì dal nostro vero Padre, che sorride ed approva il nostro impegno per Cristo. Il versetto 9, Dio avvisa ai datori di lavoro, di trattare gli operai con gentilezza e rispetto, poichè presso di lui non c’è alcun favoritismo.
Altri versetti sono i versetti di Romani 13,1, che recitano così:
“Ogni persona stia sottomessa alle autorità superiori; perché non vi è autorità se non da Dio; e le autorità che esistono sono stabilite da Dio”.

Il versetto dice che le anime, quelle incaricate, sono preposte al reggimento della società civile. Il primo motivo di ubbidienza sta nella divina istituzione dell’autorità civile:
Essa procede da Dio perchè Dio la vuole; senza di essa non è possibile un vivere, sociale ordinato, diverso da quello dei bruti. L’anarchia, oltre all’essere impossibile nella pratica, è contraria al pensiero divino. «Dio non è Dio di disordine» 1Corinzi 14:33. L’autorità procede da Dio ancora perchè è lui che la dà. Essa non è una semplice delegazione di poteri da parte degli uomini, ma è una delegazione di podestà da parte di Dio; perciò i magistrati son chiamati servi e ministri di Dio, e, nell’Antico Testamento, perfino degli dei (elohim). È dunque pienamente giustificata la formula: per grazia di Dio e per volontà della nazione… Nè solo l’autorità in astratto, come principio, procede da Dio; ma il cristiano deve considerare come stabilita da Dio, provvidenzialmente, l’autorità esistente di fatto, in una data forma storica e rappresentata da dati individui.
Di questo versetto ho dovuto tagliare alcune parti poichè lungo. Per capire meglio il versetto biblico, potete andare a consultare i “Romani 13,1”.
Mai parole simili erano state pronunciate con tanta autorità, poiché, laddove gli stoici disquisivano, consigliavano e spesso declamavano, l’Apostolo non disquisisce, né si limita a consigliare, ma ordina, investito da una missione divina. Le sue parole agiscono come un balsamo sulla piaga viva della schiavitù, in attesa che un giorno essa si cicatrizzi del tutto. Paolo considera la schiavitù virtualmente abolita quando la dichiara incompatibile con l’unione di tutti i fedeli in Cristo. Non è soltanto, come nello stoicismo, la constatazione teorica dell’appartenenza alla stessa comunità umana, è l’annuncio di un fatto nuovo, di una rivoluzione operata per tutti coloro “che sono stati battezzati in Cristo” (Gal 3, 27) e che diventerà universale il giorno in cui il cristianesimo impregnerà del suo spirito le leggi civili dei popoli, poiché egli sa, come osservava Maritain, che “il fermo evangelico, una volta deposto nella pasta, lavorerà dal di dentro del mondo e provocherà, a lunga scadenza, anche cambiamenti nell’ordine temporale”.

RISPOSTE ALL’ACCUSA
Come dicevamo sopra, una delle accuse rivolte ai cristiani, è di non aver mai invocato l’abolizione della schiavitù in modo esplicito. A ciò si può rispondere come segue:
1) la schiavitù è stata un’istituzione portante nella vita di quasi tutti i popoli antichi, per cui la Chiesa evita prudentemente ogni parola che possa turbare una pace sociale all’epoca sin troppo precaria (le rivolte schiavili si erano sempre risolte in bagni di sangue);
2) S. Paolo, come si è osservato, ribadisce più volte che dinanzi a Dio non esiste differenza alcuna tra lo schiavo e il libero, affermazione che introduce una definizione rivoluzionaria in termini di identità e di status per lo schiavo;
3) anche se nel Nuovo Testamento gli schiavisti cristiani non sono espressamente esortati a liberare i loro schiavi, sono tuttavia chiamati a trasformare la loro relazione con essi in senso fraterno;
4) è molto significativo che nessuna delle figure di spicco del Nuovo Testamento possegga schiavi, e questo fatto serve di esempio per altri cristiani. Nella Chiesa dei primi secoli gli schiavi partecipano pienamente alla vita comunitaria; possono accedere, una volta liberati, al presbiterato, all’episcopato e persino al pontificato (papa Callisto I portava le stimmate di schiavo fuggitivo).
La loro personalità fisica e morale è pienamente tutelata, le loro unioni, in forza del sacramento, sono considerate un vero matrimonio. Molte schiave contribuiscono alla diffusione del Vangelo; rilevante il numero di schiavi e schiave martiri della fede, come S. Blandina. La Chiesa si adopera per l’affrancamento degli schiavi, vendendo per tale scopo persino le suppellettili sacre, ma anche inducendo i padroni a farlo spontaneamente (S. Melania, senatrice Romana, ne libera ottomila tutti nello stesso giorno). Non meno intensa è l’attività della Chiesa nel combattere le cause prossime della schiavitù: contrasta il lusso smodato e l’ambizione di possedere moti schiavi, educa i genitori alla responsabilità verso i figli per impedire l’espansione dei bambini (molti schiavi erano fanciulli abbandonati alla nascita) e soprattutto nobilita il lavoro manuale togliendogli il marchio infamante della degradazione (da riservare agli schiavi) e presentandolo come un mezzo di santificazione.