Platone poeta: la rilettura di Giuseppe Girgenti al Seminario permanente su pensiero e poesia

Nell’ambito del Seminario Permanente su Pensiero e Poesia attivo presso il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Napoli Federico II e coordinato dalla professoressa Simona Venezia, docente ordinaria di Filosofia Teoretica, il professore Giuseppe Girgenti dell’Università Vita-Salute San Raffaele ha tenuto, in un’aula gremita e attenta, una lezione dal titolo “L’anima sulle labbra (τὴν ψυχὴν ἐπὶ χείλεσιν). La parola poetica di Platone innamorato. Giuseppe Girgenti ha proposto una rilettura del rapporto tra Platone e la poesia del quale anche Hans-Georg Gadamer, nel saggio Platone e i poeti del 1934, aveva mostrato la complessitàmettendo in crisi il luogo comune dell’“inimiciziatra il filosofo e i poeti. Uninimicizia che, a ben vedere, emerge soprattutto nella Repubblica e che riguarda in particolare Omero, accusato non tanto per essere poeta, quanto di esercitare una funzione educativa e politica pericolosa per la città. Ad introdurre la discussione è stata Simona Venezia secondo la quale il diktat platonico contro la poesia si configura prima di tutto come un’avvincente sfida per un Seminario come quello su pensiero e poesia anche perché esso non va inteso come un rifiuto assoluto del poetico, ma come una ridefinizione della funzione della parola. Platone non condannerebbe dunque la poesia in sé, bensì quella parola incapace di orientare lanima verso il vero. In questo senso la parola non va pensata secondo Simona Venezia come un mero strumento, ma come un orizzonte, un vero e proprio evento di senso. È anche per questo che pensare e poetare risultano così profondamente intrecciati. Così come intrecciati risultano essere la filosofia stessa e l’amore: è nell’amore che facciamo esperienza del pieno e del vuoto, del limite e dello sconfinato, così come della mancanza e della creatività.

Partendo dal titolo dell’incontro L’anima sulle labbra Giuseppe Girgenti si è confrontato con un celebre epigramma attribuito a Platone e tramandato da Diogene Laerzio (Vita di Platone, III, 32 = Antologia Palatina, VII, 77):

 

«Mentre baciavo Agatone, avevo l’anima a fior di labbra, / la poveretta venne alle labbra come per passare in lui».

 Qui eros e parola coincidono, infatti il bacio diventa il punto estremo della comunicazione amorosa, lanima tenta di uscire dal corpo e trasferirsi nellaltro. È una scena in cui eros, linguaggio e morte si toccano. La parola giunge al suo limite, quasi si dissolve nellesperienza immediata del contatto. Girgenti ha ricordato come la tradizione antica conservi numerose testimonianze della produzione poetica di Platone. Diogene Laerzio racconta che il giovane Platone compose ditirambi, tragedie e commedie prima dellincontro con Socrate, e che avrebbe poi bruciato questi testi per dedicarsi interamente alla filosofia. Eppure, secondo il relatore, alcuni frammenti del cosiddetto Platone comico potrebbero essere proprio residui di quella produzione poetica perduta. La Suda attribuisce a Platone un solo amore femminile, mentre Diogene Laerzio insiste soprattutto sugli amori maschili. Tra questi emerge la figura di Agatone, il poeta tragico del Simposio, al quale è legato l’epigramma più celebre, ma vi è anche Astro, il giovane ricordato da Apuleio nel De magia (X), fonte fondamentale per comprendere il Platone poeta d’amore:

 

«Platone, del quale non abbiamo altri carmi fuorché elegie di amore? […] Ascolta i versi del filosofo Platone sul giovane Astro».

 

Seguono i versi:

 

«Gli astri tu osservi, mio Astro: oh, se io fossi il cielo, per guardarti con molti occhi!».

 

Limmagine cosmica trasforma lamato in centro dell’universo visibile. Leros platonico non è qui astratta tensione metafisica, ma esperienza concreta del desiderio. Un secondo epigramma dedicato ad Astro recita:

 

«Astro del mattino, tu prima splendevi tra i vivi; / ora, invece, morto, rifulgi tra i morti, Astro della sera».

 

Lamore diventa memoria e trasfigurazione funebre, il giovane amato continua a brillare, ma in unaltra dimensione.

 

Secondo Girgenti, queste testimonianze costringono a ripensare il nesso fra eros, poesia e filosofia. Siamo abituati a leggere Eros come solo metaxý, mediatore tra umano e divino, ma spesso dimentichiamo che nel Simposio è Agatone stesso a definire Eros poeta. Il passo (196E) afferma:

 

«È un poeta così sapiente da rendere poeti anche gli altri».

 

Eros non solo produce poesia, ma rende poeti. Lispirazione amorosa diventa origine del linguaggio creativo. Nel Fedro questa intuizione viene approfondita attraverso la teoria delle quattro manie divine, tutte poste sullo stesso piano: la mania profetica, rituale, poetica ed erotica. La poesia è dunque una forma di ispirazione divina non inferiore all’eros.

 

Nel celebre passo del Fedro (251A-B) Platone descrive lesperienza erotica come sconvolgimento sacro:

 

«Colui che è di recente iniziato […] quando vede un volto di forma divina […] prova i brividi […] ricevendo attraverso gli occhi l’effluvio della bellezza».

 

Qui eros genera tremore, estasi, elevazione ed è significativo che il secondo discorso di Socrate sullamore riprenda in prosa motivi e immagini della lirica saffica, in particolare dellOde alla gelosia. Platone non elimina la poesia, ma la trasforma, la filosofia diventa così una prosa poetica, capace di assorbire la forza del mito e della lirica senza irrigidirsi nella forma metrica.

 

Per Girgenti il problema della Repubblica nasce proprio qui. Platone non rifiuta il contenuto poetico in sé, ma la pretesa educativa della poesia tradizionale e la sua fissità formale. La filosofia non può sclerotizzarsi nel metro. Deve restare dialogo vivo, parola in movimento, aperta allulteriorità. Non è un caso che i dialoghi platonici abbiano una struttura drammatica, Platone scrive tragedie e commedie in forma filosofica e ciò è testimoniato anche dal Simposio, nel quale Socrate sostiene che il vero sapiente dovrebbe essere capace di comporre insieme tragedia e commedia.

Anche il mito di Efesto, evocato da Aristofane nel Simposio, assume in questa lettura un significato decisivo. Le due metà separate desiderano fondersi nuovamente in ununità originaria e dunque Efesto non è solo distruttore, ma alimenta leros che rende possibile la parola poetica stessa. Nel corso dellintervento è emerso anche il tema simbolico del miele, che rimanda allispirazione delle muse che il Platone appena nato avrebbe ricevuto da uno sciame di api che gli avrebbero instillato miele sulla bocca, posandosi sulle sue labbra. Girgenti ha per questo definito Platone un crisostomo, dalla parola aurea e dolce come miele, figlio di Apollo. Una tradizione riferita a Diogene Laerzio racconta inoltre di Archeanassa, lunica donna con cui Platone avrebbe avuto un rapporto sessuale, figura legata ambiguamente alla giovinezza di Platone e oggetto di interpretazioni divergenti tra studiosi come Nucci e Canfora. Per Nucci sarebbe una fanciulla amata dal filosofo, mentre per Canfora (L’Utopia di Platone, Aristofane contro Platone, Laterza) sarebbe una vecchia prostituta, motivo per cui viene irriso da Aristofane nella commedia Donne a parlamento.

 

 Ma ciò che conta, al di là dell’aneddotica, è il dato teorico, Platone rimane poeta anche nella vecchiaia. Lo testimonia l’epigramma dedicato a Dione e inciso sulla sua tomba, epigramma che Platone avrebbe scritto circa a 80 anni.

 

In conclusione, ad intervenire sono state anche le due professoresse di Storia della filosofia antica dellUniversità degli studi di Napoli Federico II di Napoli Lidia Palumbo e Anna Motta. Secondo Anna Motta, a conferma dell’idea di un Platone poeta giovanile, il Fedro è stato considerato dalla tradizione antica fino a Friedrich Schleiermacher il primo dialogo scritto da Platone per il suo stile ditirambico, ma lidea dellesistenza di epigrammi platonici bruciati dipende quasi esclusivamente da Diogene Laerzio e potrebbe riflettere solo una tradizione ostile al filosofo, successivamente incorporata nella biografia antica.

Al netto di questa precisazione di natura filologica, limmagine restituita dall’incontro è quella di un Platone profondamente attraversato dalla poesia. Non il censore dei poeti, ma il pensatore che tenta di salvare il nucleo originario del poetico trasferendolo nella filosofia. Come ha infatti osservato Lidia Palumbo, nel primo capitolo della Poetica, anche Aristotele fa riferimento al fatto che non esiste una precisa linea di demarcazione fra generi letterati, come testimonia il seguente passo in cui lo Stagirita menziona esplicitamente i dialoghi socratici e platonici nel contesto dellimitazione (μίμησις). Il passo è il seguente (1447b9-13 circa):

“Quanto poi alle composizioni che si servono soltanto di discorsi in prosa o di metri — o mescolati tra loro o di un solo tipo di metro — fino ad ora esse sono rimaste senza un nome comune; infatti non abbiamo un termine unico da dare ai mimi di Sofrone e Senarco e ai dialoghi socratici”

Del resto, per Aristotele, la poesia è ποίησις (poíēsis), che deriva dal verbo ποιέω (poiéō), che significa produrre, cioè un fare che non coincide con il verso, ma è un modo di far vedere le cose. E la parola filosofica platonica, proprio perché bisognosa, incompleta, aperta al dialogo e allaltro, continua a cercare nella poesia e nel mito la propria origine segreta.

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