QUEL MOSTRO OSSIA LA CENTRALE NUCLEARE AI CONFINI DEL CASERTANO

 

Sull’intera vicenda della centrale elettronucleare del Garigliano aleggia, da sempre, uno strano velo di silenzio: niente siti internet che ne parlino in maniera accurata, poche trasmissioni televisive che hanno affrontato seriamente l’argomento, niente studi epidemiologici che accertino gli effetti di una eventuale contaminazione radioattiva, nonostante il fatto che l’impianto sia stata chiuso nel 1978 a seguito dei ripetuti incidenti di cui si possiede una documentazione parziale.

Per la realizzazione della centrale del Garigliano, la BIRS, la Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo (meglio nota come Banca Mondiale, o World Bank) erogò, per la prima ed unica volta nella sua storia, un finanziamento di 40 milioni di dollari dell’epoca in favore dello sviluppo dell’energia nucleare a “scopi pacifici”. Il prestito venne concesso alla Cassa per il Mezzogiorno e da questa trasferito alla SENN, Società Elettronucleare Nazionale, creata ad hoc ed incaricata della realizzazione dell’opera. L’intera realizzazione si distinse per il suo carattere di esperimento sia sul piano energetico che finanziario.

Ancora oggi un’area di decine e decine di migliaia di persone vive nella rimozione continua di quello che può avere prodotto sulle vite, e sui prodotti della terra, la presenza di un impianto, costruito a pochi metri dalle sponde del fiume Garigliano, in un’area nota fin dall’antichità per le periodiche esondazioni del fiume e per i terreni paludosi.

Questo contributo, che si basa anche sui materiali raccolti per circa un quarantennio dall’avv. Marcantonio Tibaldi, nella sua incessante opera di denuncia dei gravi danni causati dalla centrale, vuole essere solo una ulteriore traccia per la rete, per quanti fino ad oggi non hanno mai saputo ed ancora non conoscono gli effetti dell’inquinamento nucleare ed il contesto avventuroso nel quale nacquero le centrali nucleari in Italia.

La scelta del governo di ricorrere all’energia nucleare, cancellando gli effetti del referendum del 1987, e la possibilità che tra i siti indicati ci siano anche le centrali già chiuse, come quella del Garigliano, rimette in campo uno dei peggiori  incubi che si possa mai immaginare, con modalità,  controllo effettivo delle tecnologie e disprezzo delle popolazioni che saranno costrette a vivere con questi nuovi mostri, per niente diverse da quelle che hanno creato uno dei più grandi disastri ambientali del nostro paese.

Dal nucleare militare al nucleare civile controllato dai militari

Nell’immediato dopoguerra, l’Italia, paese tradizionalmente povero di risorse energetiche, si misurava con la sfida della ricostruzione post bellica con una scarsa disponibilità di materie prime ed una rete distributiva inadeguata alle previsioni di crescita.

L’industria elettrica italiana, che fin dalla sua nascita si era caratterizzata per la presenza di produttori “privati”, dopo la fine del secondo conflitto mondiale rinasceva grazie agli aiuti del piano Marshall.

Nel giro di pochi anni, in Italia, vennero messe in cantiere tre centrali nucleari, con le tre tecnologie esistenti all’epoca, per un potenza totale di 500MW, una potenza notevole se si considera che nel 1961 la potenza istallata negli Stati Uniti era di 466,3 MW e quella nell’URSS, nello stesso periodo, era pari a 611,5 MW.

La scelta di realizzare centrali nucleari, in tempo reale con le tecnologie disponibili all’epoca, nello stesso periodo in cui venivano realizzate negli USA ed in URSS, non proveniva affatto dall’applicazione di ricerche svolte in Italia ma  dalla necessità, da parte dell’amministrazione Eisenhower, di scaricare una parte degli enormi costi dovuti alla corsa agli armamenti nucleari sui paesi europei alle prese con la ricostruzione post bellica sostenuta dal piano Marshall. In più, per il reperimento dei combustibili per le centrali, l’Italia (come il Giappone) si sarebbe legata ad una dipendenza ancora maggiore dagli USA.

Negli USA, in quegli anni, a gestire la ricerca militare e civile del nucleare era l’USAEC. (United States Atomic Energy Commission), l’agenzia istituita  dal Congresso degli Stati Uniti con l’ Atomic Energy Act del 1946, per controllare lo sviluppo della scienza e della tecnologia applicata all’energia atomica. L’AEC rilevò le operazioni del “progetto Manhattan” e rimase un’agenzia sotto stretto controllo governativo. La missione principale dell’AEC era di creare un sistema in grado di individuare i test nucleari di altri paesi dopo che, nell’agosto del 1949,  l’URSS realizzò il suo primo test atomico mettendo fine al monopolio delle armi nucleari degli USA.

Tra il 1947 ed il 1952, l’AEC fu diretta da Robert J. Oppenheimer, che era stato capo del progetto Manhattan ed era contrario allo sviluppo della bomba all’idrogeno, considerandola troppo distruttiva per qualsiasi proposito militare. La scelta di Eisenhower di continuare la ricerca per lo sviluppo della bomba H portò alle dimissioni di Lilienthal, il primo direttore dell’agenzia, ed alla nomina di Lewis Strauss a capo dell’AEC, il quale accettò solo a condizione che Oppenheimer venisse escluso da ogni tipo di influenza all’interno dell’AEC.

Tra il 1953 ed il 1958, sotto la direzione dell’ammiraglio Lewis Strauss, un personaggio che era anche consulente finanziario  per i  Rockfeller, l’AEC divenne il principale promotore degli investimenti privati per la produzione dell’energia nucleare per scopi civili, e per il “Progetto Sherwood”, un programma segreto che aveva come obiettivo, attraverso i reattori di fusione, di generare neutroni per convertire l’uranio in plutonio al fine di fornire sorgenti di Tritium (Trizio) alle armi termonucleari. Il “progetto Sherwood”, contrariamente al famoso motto di Lewis Strauss, per cui l’energia elettrica sarebbe stata prodotta ad un costo talmente economico da essere “too cheap to meter”, divenne invece talmente costoso che dopo il 1958 fu dismesso.

La ricerca sull’energia nucleare condotta dall’AEC era in realtà diretta da tre servizi militari, tra cui quello dell’U.S. Navy (la Marina Militare), interessato alla produzione di turbine adatte ai sottomarini, che aveva un suo membro nell’Aec, l’ingegnere cap. Hyman Rickover, il quale constatando l’instabilità causata dai primi reattori BWR(Boiling Water Reactor) orienterà gli studi e le ricerche sui sistemi di propulsione dei sommergibili nucleari sui reattori PWR (Pressurized Water Reactor), reattori nei quali il processo di vaporizzazione dell’acqua avviene esternamente al recipiente che contiene il reattore.

Gli impianti BWR(Boiling Water Reactor), sono dei reattori ad acqua bollente il cui fluido di raffreddamento è “acqua leggera” (acqua demineralizzata) in cambiamento di fase, immessa direttamente nel recipiente del reattore il cui combustibile è principalmente uranio arricchito.

L’uranio arricchito è immerso in barre nell’acqua leggera,che funge anche da  refrigerante.  L’acqua , fatta circolare da una pompa, a contatto con gli elementi di combustibile caldi, vaporizza e passa in una turbina che, attraverso un generatore, produce elettricità da immettere in rete. L’acqua utilizzata viene espulsa sotto forma di vapore nell’atmosfera, attraverso un camino, e sotto forma di liquido negli stessi corsi d’acqua da dove viene prelevata.

 

Le tre tecnologie esistenti per uso “commerciale”, negli anni ’50, erano quindi gli impianti BWR, PWR ed i GCR Magnox, i reattori raffreddati a gas realizzati dagli inglesi, che utilizzavano come combustibile l’uranio naturale (in barre racchiuse in una lega chiamata appunto Magnox), anidride carbonica come estrattore del calore, barre di acciaio al boro come controllo e  barre di grafite come riflettore e come moderatore.

1953 dopo la bomba termonucleare sovietica scoppia l’atomica della “Pace”
1953. Il mondo era in piena “guerra fredda”, La NATO era stata istituita da appena quattro anni, negli USA Eisenhover succede a Truman, nel mese di marzo in Unione Sovietica muore  Stalin, nell’agosto i russi fanno esplodere la loro prima bomba H pochi mesi dopo l’analogo “esperimento” fatto dagli americani nel novembre del 1952.

L’8 dicembre Eisenhover pronuncia il famoso discorso  “Atoms for Peace”, nel quale propone all’assemblea delle Nazioni Unite di creare una organizzazione per promuovere l’uso pacifico dell’energia nucleare.

L’assemblea, incoraggiata da tutti i paesi aderenti all’ONU, venne organizzata a Ginevra, nell’agosto del 1955, la prima di quattro conferenze “sull’uso pacifico dell’energia atomica”

Alla conferenza “Atoms for peace” parteciparono delegazioni di 73 paesi, vennero prodotte 1100 relazioni, consentendo uno scambio di conoscenze anche su informazioni che prima erano tenute segrete. L’assemblea è anche l’occasione per promuovere, tra le delegazioni presenti, le lobby interessate a sponsorizzare il nucleare civile. L’ing. Valletta della FIAT, preso dall’entusiasmo, annuncia addirittura nella sua relazione all’assemblea, che la FIAT sta acquistando un reattore nucleare dalla Westinghouse Electric Corporation e che realizzerà una centrale  a Viale D’Azeglio a Torino, dimostrando tutta l’ignoranza e la tracotanza dell’epoca sui rischi connessi al nucleare.

Pochi mesi dopo la conferenza internazionale, nel 1954, gli USA modificano l’Atomic Energy Act, consentendo una prima apertura alle conoscenze scientifiche in materia nucleare, assecondando così, anche in questo settore, il processo di crescente internazionalizzazio-ne dell’economia avviato con il Piano Marshall.

Il nucleare all’italiana, un affare privato
Nella seconda metà degli anni ’50 in Italia cominciò il dibattito sulla nazionalizzazione dell’energia elettrica, contrastato fortemente dalla destra e dai gruppi industriali del settore energetico.

Le industrie private dell’energia elettrica, per trattare direttamente la realizzazione delle centrali nucleari,  cominciarono a muoversi febbrilmente in un settore caratterizzato dall’assenza totale di leggi ed aperto ad ogni tipo scorribanda. Nel giro di pochi mesi furono costituite delle società di diritto privato per trattare direttamente con gli americani e con gli inglesi l’acquisto dei reattori: la Edisonvoltacostituì la SELNI(Società Elettronucleare italiana), l’Eni diede vita alla Agip Nucleare ed alla SIMEA (Società italiana meridionale per l’energia atomica) a compartecipazione Agip-nucleare e IRI,  mentre il gruppo IRI-Finelettrica creò la SENN, Società Elettronucleare Nazionale, nel 1957, di cui l’85 per cento delle azioni era da aziende del gruppo Finelettrica, Finmeccanica, Finsider e per il restante 15 per cento da società private.

Nel 1955 il presidente della Edisonvolta inizia a programmare la costruzione della prima centrale nucleare in Italia. La “letter of intent” stipulata nel 1956 attraverso la SELNI (Società Elettronucleare italiana) fu firmata nel 1957 con la Westinghouse International Electric Company. Il finanziamento dell’operazione fu garantito attraverso la banca americana “Ex-Im-Bank” (attuale “Export Import Bank”, una delle principali banche  che investono in Iraq) e l’IMI, per un totale di 34 milioni di dollari dell’epoca, erogati nel 1960, per cui la Edison chiese inutilmente la garanzia dal rischio di cambio dallo Stato italiano, una eventualità che avrebbe addossato alla collettività i costi derivanti dal cambio negativo Lira-Dollaro nel corso degli anni.

L’impianto di tipo PWR da 134 MW (poi portato a 260 MW, fu la centrale più potente del mondo della sua epoca), analogo a quello della centrale statunitense di Yankee Rowe, fu realizzato a Trino Vercellese, dopo l’erogazione del finanziamento nel 1960,  ed entrò in funzione nel 1964 e fu chiusa dopo solo 10 anni. I lavori iniziarono con l’entrata in vigore di un accordo bilaterale tra Italia e USA, l’impianto nel 1966 fu ceduto all’Enel.

Nel mese di novembre del 1957 l’ENI di Mattei, attraverso l’Agip nucleare, si rivolse alla Gran Bretagna, muovendosi in maniera diversa da quella dominante, ordinando alla britannica Nuclear Power Plant Company un reattore del tipo Magnox della potenza di 200 Mw, realizzando in seguito la centrale nucleare di Latina.

 

L’inchiesta dell’ENEA del 1980 rivelò la presenza di cobalto60 e Cesio137 non solo vicino alla centrale ma anche in una vasta zona di mare. I valori dagli anni 60 erano più che raddoppiati, ma nessun controllo aggiuntivo venne fatto.
Chiudiamo con i dati ISTAT sull’incidenza di leucemie e tumori nella zona del Garigliano. Dal 1972 al 1978 l’incidenza di queste malattie in Italia era del 7%: nell’area della centrale del 44%. A nessuno venne in mente di dire qualcosa al riguardo.
Nel 1999 la centrale diventa di proprietà della SOGIN, l’azienda italiana incaricata di bonificare tutti i siti e di cui abbiamo tessuto le malefatte in varie circostanze. I materiali da mettere in sicurezza sono circa 2600 m³, raccolti in quasi 3500 fusti, oltre a 1200 m³ di rifiuti a bassa radioattività, chiusi in buste di plastica e sepolti attorno alla centrale (sic!) – i dati sono della SOGIN, 2008. Nel 2006 si decide di costruire un deposito, chiamato D1, per accogliere le scorie. La decisione ha saltato ogni controllo da parte delle amministrazioni locali, grazie ai poteri straordinari concessi da Berlusconi al presidente della SOGIN, Carlo Jean, il quale durante il suo “pontificato” nella società ne ha combinate di tutti i colori. Certo che mettere le scorie in un posto a rischio sismico e di inondazioni non denota un particolare acume. Nel D1 tuttavia andranno i rifiuti di media attività (1100 m³); altri 600 in un edificio recuperato sempre nell’area della centrale. Restano 2100 m³: dove verranno messi? Probabilmente nel deposito di Avogadro, presso il centro di Saluggia in Piemonte dove nel passato nucleare italiano venivano riprocessate le barre esauste fino al 1984.
Ma tutte le scorie – assicurano a Sogin – andranno poi a finire nel deposito nazionale che ne accoglierà 80mila m³: ma dove e come questo deposito sarà realizzato non si sa, semplicemente perché nessuno sa come farlo.
E così i tempi si allungano e la data di fine lavori prevista per il 2016 è già stata spostata da Sogin al 2022. Il mantenimento di questa società che ha fatto pochissimo per non dire nulla fino al 2008, grazie ad una gestione – come dire? – “poco chiara”, costa tanti soldi. Solo per Sessa Aurunca sono stati spesi finora 450 milioni di euro. Li abbiamo pagati tutti noi, grazie a quella voce, A2, che trovate nella vostra bolletta della luce.

Ci piacerebbe avere delle risposte da qualche rappresentante delle istituzioni dato che sono stati spesi milioni e milioni di euro, la centrale è stata costruita in quattro anni, poi chiusa ed è ancora in fase di dismissione.