L’editoriale
La nomina del nuovo commissario tecnico della nazionale maschile, presentata come un atto di autonomia federale e come una risposta alle pressioni politiche, si rivela invece l’ennesima operazione di superficie che non incide minimamente sulle cause profonde del declino tecnico del calcio italiano, perché né la scelta della Federazione né quella che la politica voleva imporre rispondono alle esigenze reali del movimento, che avrebbe bisogno di un investimento radicale sul calcio di base, sulla formazione territoriale e sulla ricostruzione di una filiera giovanile che da anni non produce più giocatori in grado di sostenere un ricambio generazionale adeguato.
La Federazione ha scelto Mancini per rivendicare autonomia, ma lo ha fatto dentro un quadro che resta immutato: nessun piano per i settori giovanili, nessuna strategia per le società dilettantistiche, nessun intervento sugli impianti di periferia, nessuna riforma dei vivai, nessuna revisione dei criteri di formazione tecnica, nessuna politica di sostegno alle realtà territoriali che rappresentano l’unico luogo dove il calcio italiano potrebbe ricostruire la propria identità. La politica, dal canto suo, spingeva per Conte non perché rappresentasse un progetto, ma perché garantiva l’illusione di un risultato immediato, utile a coprire la mancanza di investimenti strutturali, e perché rispondeva agli interessi dei club maggiori, gli stessi che da anni privilegiano operazioni di mercato estero, grandi nomi, visibilità internazionale e nuovi stadi, tutto ciò che serve a consolidare utili e prestigio ma che non produce alcun beneficio per il calcio di base, che resta privo di risorse, di infrastrutture e di attenzione.
La vicenda Maldini–Leonardo, presentata come innovazione strategica, ha funzionato solo come dispositivo di gestione del potere: ha permesso alla Federazione di prendere tempo, di allontanare la soluzione politica, di neutralizzare Pirlo attraverso la questione delle sponsorizzazioni russe, ben sapendo che quel pretesto avrebbe mobilitato indignazioni selettive e moralismi improvvisati, mentre nessuno ha mai contestato le sponsorizzazioni provenienti da teocrazie o da piattaforme di betting onnipresenti nel calcio italiano. Anche questo episodio conferma che il sistema reagisce solo quando conviene, e ignora tutto ciò che richiederebbe un cambiamento reale.
Il punto è che ciò che servirebbe davvero, un piano nazionale per la formazione, un investimento massiccio sugli impianti territoriali, un modello tecnico condiviso, una filiera che premi la crescita invece della rendita, non conviene a nessuno, né alla politica, che cerca visibilità immediata, né ai club, che inseguono plusvalenze e prestigio, né alla Federazione, che difende equilibri interni più che costruire futuro. Per questo si è scelto di cambiare per non cambiare, di sostituire un nome senza toccare la struttura, di mantenere ruoli e privilegi senza affrontare la crisi del movimento, di continuare a muoversi dentro un sistema che preferisce la stabilità delle rendite alla fatica della ricostruzione.
Il risultato è che il calcio italiano resta fermo, immobile, incapace di produrre giocatori, idee, identità, mentre le decisioni di vertice continuano a ignorare ciò che davvero potrebbe salvarlo: un investimento profondo, costante e non immediatamente remunerativo sul calcio di base, l’unico luogo dove si costruisce il futuro. Tutto il resto è gestione del potere, non progetto. Tutto il resto è cambiamento apparente, non trasformazione. Tutto il resto è convenienza, non visione.