Per il consueto numero domenicale della rubrica “Spiccioli di spiritualità” diretta dal prof. Pasquale Vitale, il prof. Michele Pugliese ci parla dell’Ascensione nelle varie religioni.
Oggi la Chiesa celebra l’Ascensione di Gesù al cielo. Dopo essersi mostrato ai discepoli per quaranta giorni, secondo il racconto che ne fa Luca nel libro degli Atti degli Apostoli, “apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio”, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse alla vista dei discepoli. Al di là del simbolismo spaziale – la Bibbia colloca nei cieli il mondo divino e l’incontro tra l’uomo e Dio è visto come una traiettoria verticale secondo la quale Dio “scende” dal cielo per parlare agli uomini e “ascende” una volta finita la sua opera – la definitiva scomparsa di Gesù dall’orizzonte terrestre deve essere vista come una nuova, grande dichiarazione di fede nella sua resurrezione. Lo spazio e il tempo sono dimensioni riduttive che vengono superate dal Risorto e dalla sua continua presenza nella Chiesa: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20).
Ma il concetto di ascensione non è una novità del cristianesimo, è presente in molte religioni.
La tradizione ebraica biblica presenta casi di personaggi giusti “rapiti” da Dio prima di conoscere la corruzione della tomba come Elia (il profeta venne assunto in cielo sotto gli occhi del discepolo Eliseo all’interno di un carro di fuoco) e Enoc (il testo biblico dice che “camminò con Dio, poi non fu più trovato, perché Dio lo aveva preso”).
Secondo il libro dei Re (2 Re 2, 11-12) mentre Elia e il suo discepolo Eliseo “continuavano a camminare conversando, ecco un carro di fuoco e cavalli di fuoco si interposero fra loro due. Elia salì nel turbine verso il cielo”. Il fuoco simboleggia la natura divina e purificatrice. Elia viene sottratto alla dimensione temporale per entrare in quella eterna di Dio.
La figura di Enoc (o Enoch) è una delle più misteriose e affascinanti di tutta la tradizione giudaico-cristiana. Pur comparendo pochissimo nel testo ufficiale della Bibbia ebraica, intorno al suo nome è fiorita una vastissima letteratura apocrifa incentrata proprio sui segreti cosmici e celesti che apprese durante la sua ascensione. Nella Bibbia, Enoc è il settimo patriarca dopo Adamo, figlio di Iered e padre di Matusalemme. Mentre tutti i suoi antenati e discendenti muoiono dopo vite lunghissime, il testo sacro usa per Enoc una formula unica: “Enoc visse in tutto trecentosessantacinque anni. Enoc camminò con Dio, poi non fu più trovato, perché Dio lo aveva preso” (Genesi 5, 21-24). 365 anni è un numero che richiama i giorni dell’anno solare, simbolo di perfezione e completezza.
Nella tradizione islamica, il concetto di ascensione trova la sua massima espressione nel miracoloso viaggio notturno del profeta Maometto dalla Mecca a Gerusalemme. Dice il Corano “Gloria a Colui che di notte trasportò il Suo servo dalla Santa Moschea alla Moschea Al-Aqsa […] per mostrargli alcuni dei Nostri segni” (Corano 17,1). Secondo la Tradizione, guidato dall’arcangelo Gabriele e cavalcando la creatura alata, Maometto attraversa i sette cieli. In ogni cielo incontra i profeti del passato (tra cui Gesù, Mosè e Abramo). Supera poi il Loto del Limite, cioè il confine ultimo della creazione, e giunge al cospetto di Allah, dove riceve l’ordine delle cinque preghiere quotidiane (Salah) per la comunità musulmana.
Nelle religioni orientali l’ascensione assume un valore meno fisico e più legato alla coscienza e allo spirito. Nell’Induismo Yudhishthira, il re giusto protagonista della monumentale epopea del Mahabharata, è l’unico mortale a cui è permesso di entrare nel regno dei cieli (Svarga) mantenendo il proprio corpo fisico, grazie alla sua assoluta devozione alla verità e al Dharma (la legge morale). Il Testo Sacro racconta che, dopo aver rinunciato al trono, Yudhishthira e i suoi fratelli scalarono l’Himalaya verso il monte Meru. Lungo la strada, tutti caddero e morirono a causa dei loro difetti morali. Solo Yudhishthira, seguito da un cane fedele, raggiunse la vetta. Lì, il dio Indra discese su un carro splendente per portarlo in cielo. Ma quando gli impone di abbandonare il cane perché impuro, Yudhishthira rifiuta, preferendo rinunciare al paradiso pur di non tradire il proprio cane. A questo punto il cane si rivela essere il dio Dharma in persona e, superata quest’ultima prova di compassione, il re sale fisicamente al cielo. Una bella storia d’amore verso i nostri amici a quattro zampe.
Nel Buddismo, il concetto di “ascensione” non si riferisce al trasferimento fisico di un corpo umano, ma è inteso in senso metafisico. L’ascesa è l’elevazione della coscienza attraverso vari piani di esistenza, fino al superamento definitivo del ciclo delle rinascite (Samsara). Tuttavia, nei testi sacri e nelle tradizioni (specialmente Mahayana e Vajrayana), non mancano eventi di ascesa miracolosa legati al Buddha storico e a grandi maestri. Infatti, quando il Buddha muore a Kushinagar, non sperimenta una morte comune né un’ascesa corporea verso le nuvole. Entra nel Parinirvana (il Nirvana finale). È il distacco assoluto dal Samsara, cioè dall’eterno ciclo di morte e rinascite: la coscienza si libera dalle categorie di spazio e tempo, diventando incondizionata.
Concludiamo con un accenno alla religione greco-romana dove il concetto di ascensione prende il nome di apoteosi (dal greco apotheosis, “divinizzazione”) o consecratio in latino. Rappresenta il processo attraverso il quale un essere umano particolarmente straordinario — un eroe, un fondatore o un imperatore — supera la condizione mortale per essere ammesso nel novero degli dei e accolto nella dimora celeste (l’Olimpo o le sfere astrali).
Nella Grecia antica, l’apoteosi era riservata a figure mitiche che avevano reso benefici immensi all’umanità. Eracle (Ercole) è l’archetipo di questa apoteosi. Ovidio, nelle Metamorfosi (Libro IX), descrive come Zeus, “il re degli dei lo rapì in mezzo a una nube cava e lo portò in cielo su un carro trainato da quattro cavalli, inserendolo tra le stelle splendenti”.
Nella Roma antica il modello originario di ascensione è legato al suo fondatore, Romolo, la cui scomparsa fissa lo standard per tutte le future divinizzazioni imperiali. Livio (Ab Urbe Condita, Libro I, 16) racconta che mentre Romolo passa in rassegna l’esercito al Campo Marzio, scoppia un temporale improvviso accompagnato da un terribile fragore. Una densa nube avvolge il re e quando la tempesta si placa, il seggio reale è vuoto: Romolo è stato assunto in cielo dal padre Marte per diventare il dio Quirino. In epoca imperiale, a partire da Giulio Cesare e Augusto, l’ascensione diventa un rituale di Stato formalizzato gestito dal Senato. Secondo lo storico Erodiano, quando un imperatore stimato moriva, il vero corpo veniva sepolto privatamente, ma al pubblico veniva mostrato un fantoccio di cera perfetto. Il simulacro veniva portato al Campo Marzio e posto all’interno di una gigantesca struttura di legno a forma di piramide, ricca di ori, aromi e tessuti preziosi. Nel momento in cui i magistrati appiccavano il fuoco alla pira, dalla sommità della struttura veniva liberata un’aquila (per gli imperatori) o un pavone (per le imperatrici), questo perché i romani credevano fermamente che l’uccello sacro a Giove legasse a sé l’anima dell’imperatore, trasportandola visibilmente dalla Terra verso la dimora celeste degli dei.
In qualsiasi modo si voglia intendere l’ascensione, essa rappresenta l’unione dell’umano col divino e le numerose rappresentazioni, comuni a molte religioni e tradizioni, stanno a testimoniare l’anelito assoluto dell’uomo per l’immortalità, condizione imprescindibile per superare la paura della morte e l’illogicità di una condizione umana che escluda la dimensione del sacro nella vita dell’uomo.