Spiccioli di spiritualità, Santa Rita da Cascia

A cura di Michele Pugliese

Per il consueto numero domenicale della rubrica “Spiccioli di spiritualità” oggi  una breve biografia di santa Rita da Cascia,  che si è festeggiata il 22 maggio, santa molto amata dal popolo cristiano.

Il 22 maggio la Chiesa celebra la memoria di Santa Rita da Cascia, una santa molto amata dal popolo cristiano, che ha sempre visto in lei una guaritrice, una mistica, ma che assomma in sé anche la vita matrimoniale, essendo stata moglie e madre di due figli. Dunque un esempio sia per la vocazione matrimoniale, che per quella religiosa.
Dicevamo una santa molto popolare e molto amata. Un sondaggio di Datamedia la indica come invocata al secondo posto dopo Sant’Antonio di Padova. Eppure alla grande risonanza storica del suo culto, apparso alla metà del XV secolo, fanno riscontro i pochi dati storici sulla sua vita.
Rita da Cascia, al secolo Margherita Lotti, nasce a Roccaporena, una frazione di Cascia, nel 1381 e sale al cielo, sempre in quel di Cascia, il 22 maggio 1457. Beatificata da papa Urbano VIII nel 1626, è stata canonizzata da papa Leone XIII solo nel 1900, circa 800 anni dopo la sua morte.
Molta parte della vita di Rita risulta oscura dal punto di vista della documentazione storica. Tra le pochissime fonti più o meno coeve, si annoverano l’iscrizione e le immagini dipinte sulla sua cassa di sepoltura (datata 1457), il Codex miraculorum (un elenco di miracoli registrato dai notai su richiesta del comune di Cascia, e una tela a sei scomparti con episodi della vita (1480 circa). La prima ricostruzione agiografica completa a noi giunta risale soltanto al 1610, ad opera di padre Agostino Cavallucci, un agostiniano. Su tale testo si modelleranno tutte le successive biografie della santa. Cavallucci si basò sulla tradizione orale (in particolare quella interna al monastero di Cascia e quella degli abitanti di Roccaporena), e sulle poche fonti iconografiche precedenti.
Da questa biografia sappiamo che Rita nacque da Antonio Lotti e Amata Ferri, genitori già anziani, molto religiosi, nominati dal Comune come “pacieri di Cristo”, una sorta di Giudice di Pace di oggi, e in discrete condizioni economiche, come proprietari di terreni agricoli.
In un episodio della sua infanzia alcune api circondarono la sua culla senza nuocerle, un contadino ferito in cerca di aiuto le passò vicino e vide le api che ronzavano vicino alle labbra della santa. Temendo che potessero pungerla cercò di mandarle via e in quel momento venne guarito.
I genitori, come era d’uso a quel tempo, la indirizzarono molto presto verso il matrimonio; Rita sposò quindi Paolo di Ferdinando di Mancino (o Mancini secondo alcuni), forse un ufficiale, descritto tradizionalmente come un uomo orgoglioso ed irruente, appartenente alla fazione ghibellina. Ma il carattere mite di Rita acquietò, col tempo, lo spirito impulsivo e violento del marito, tanto che questi abbandonò le armi per convertirsi al lavoro presso un mulino da poco accomodato come loro casa. Nacquero due figli, Giangiacomo Antonio e Paolo Maria.
Dopo alcuni anni di matrimonio però, il marito venne ucciso – probabilmente da suoi ex-compagni, a causa di rancori passati ed accuse di tradimento – mentre rincasava in piena notte. Tuttavia, Rita non serbò odio, anzi perdonò gli assassini, e pregò anche per i suoi due figli che, come era costume del tempo, probabilmente stavano pensando alla vendetta. Ma questi figli, da lì a breve, morirono di malattia.
Rimasta sola, Rita decise di prendere i voti ed entrare nel monastero agostiniano di Santa Maria Maddalena, a Cascia. Chiese per tre volte inutilmente il noviziato, che le venne rifiutato per ragioni non chiare; alcuni biografi pensano che rappresentasse un ostacolo la presenza di una parente del marito tra le monache, rancorosa poiché non fu vendicato. Tuttavia, con tenacia, fede e preghiera, Rita convinse la famiglia del marito ad abbandonare ogni proposito di vendetta e, dopo averli riconciliati con la famiglia dell’assassino, riuscì finalmente ad entrare in monastero intorno al 1407. Secondo la tradizione agiografica che si rifà sempre alla biografia di Cavallucci, Rita, in piena notte, venne portata in volo dal cosiddetto “scoglio” di Roccaporena (altura dove andava spesso a pregare) fino dentro le mura del monastero di Cascia dai suoi tre santi protettori (Agostino, Giovanni Battista e Nicola da Tolentino). Quando al mattino presto le monache si recarono come al solito in coro per recitare l’ufficio divino, la trovarono già dentro la chiesa in preghiera. Davanti a questo miracolo le monache non si opposero più alla sua entrata in convento.
Sempre secondo Cavallucci, la badessa del monastero mise a dura prova la vocazione e l’obbedienza di Rita, facendole annaffiare un arbusto di vite secco, presente nel chiostro del monastero, ma il legno, dopo un po’ di tempo, riprese vita e dette frutto.
In molti quadri santa Rita viene raffigurata con una spina sulla fronte. Questo perché, secondo la tradizione devozionale, la sera del Venerdì Santo 18 aprile 1432, ritiratasi in preghiera per la Passione di Gesù, dopo aver ascoltato la predica di fra’ Giacomo della Marca, avrebbe ricevuto una spina dalla corona del Crocifisso, che le si sarebbe conficcata in fronte. Sulla cassa di sepoltura si legge “quindici anni la spina patisti”.
Negli ultimi giorni della sua vita, Rita rimase malata a letto per molto tempo. Secondo la tradizione devozionale seicentesca, nell’inverno prima mandò sua cugina a prendere una rosa e due fichi nel suo orto a Roccaporena. La cugina, incredula, pensava che delirasse, ma effettivamente trovò tra la neve la rosa rossa e i fichi richiesti, segni interpretati come la salvezza e il candore dell’anima di suo marito e dei suoi figli.
La monaca agostiniana si spense la notte del 22 maggio 1447. La venerazione di Rita da Cascia da parte dei fedeli iniziò subito dopo e fu caratterizzata dall’elevato numero e dalla qualità degli eventi prodigiosi, riferiti alla sua intercessione, tanto che acquisì l’allocuzione di “santa degli impossibili”. La devozione popolare cattolica per santa Rita è tuttora una delle più diffuse al mondo e, fin dal 1600 e per opera degli agostiniani, è particolarmente radicata, oltre che in Italia, in Spagna, Portogallo e America Latina. È invocata anche dagli studenti, soprattutto prima degli esami, appunto per la sua facoltà di risolvere casi impossibili.
Forse non tutti sanno che il 27 giugno 2010 nelle vicinanze della città di Santa Cruz, in Brasile, è stata inaugurata la statua religiosa cattolica più grande al mondo ed è proprio dedicata alla santa umbra Rita da Cascia. È alta 56 metri, 18 in più del Cristo redentore del Corcovado di Rio de Janeiro, che in precedenza deteneva il record d’altezza. La città organizza il 22 maggio una grande festa dedicata alla Santa, a testimonianza del culto della santa diffuso in tutto il mondo, oltre che in Italia, in Spagna, Portogallo e America Latina.
Concludiamo con la preghiera che tradizionalmente si recita nei momenti di difficoltà: “O cara Santa Rita, nostra, Patrona anche nei casi impossibili e Avvocata nei casi disperati, fa’ che Dio mi liberi dalla mia presente afflizione, e allontani l’ansietà, che preme così fortemente sul mio cuore. Per l’angoscia, che tu provasti in tante simili occasioni, abbi compassione della mia persona a te devota, che fiduciosamente domanda il tuo intervento presso il Divin Cuore di Gesù Crocifisso. O cara Santa Rita, guidami nelle mie intenzioni in queste mie umili preghiere e fervidi desideri. Emendando la mia passata vita peccaminosa e ottenendo il perdono di tutti i miei peccati, ho la dolce speranza di godere un giorno Dio nel paradiso insieme con te per tutta l’eternità. Così sia. Santa Rita da Cascia, prega per noi”.