Ospite, durante la sedicesima edizione del Social World Film Festival di Vico Equense, l’attore, regista e musicista napoletano Marco D’Amore. Amico e volto fidelizzato del festival, si è donato con grande generosità al pubblico, alla stampa e ad i giovani aspiranti attori iscritti alle masterclass.
Tra gli ultimi progetti audiovisivi a cui ha preso parte, spicca “Piccolo miracolo”, film per un soggetto e per la produzione di Edoardo Leo e per la regia di Guido Chiesa. D’Amore presta il volto al protagonista Davide Lancia, viziato e mondano imprenditore romano, figlio di un potente costruttore, che ha il compito di demolire una palazzina di periferia per realizzare un complesso edilizio di lusso. Ad abitare uno degli appartamenti della palazzina vi è Ursula, ragazza cieca interpretata da Greta Scarano, che ruba il cuore di Davide e che lo inizia a visioni inedite, più profonde e meno ciniche della vita, tanto da fargli mutare prospettiva e fargli difendere l’incolumità della palazzina, opponendosi così alle volontà del padre. La cecità, quindi, aiuta a vedere davvero, vedere con il cuore: per Davide si realizza davvero un piccolo miracolo. «Lavorare con Greta Scarano è stata un’esperienza meravigliosa. Da tempo desideravamo condividere un progetto e farlo sotto la guida di Guido Chiesa è stato un privilegio – ha spiegato – Il tema della cecità attraversa tutta la storia della letteratura, da Edipo a Tiresia fino a Saramago: è come se, perdendo un senso, si potesse riconquistarne un altro. Nel film questo accade proprio a Davide. È un uomo incapace di mettere realmente a fuoco la propria vita e perfino sé stesso. È la donna non vedente a restituirgli uno sguardo nuovo, non quello fisico, ma uno sguardo emotivo, più profondo, capace di osservare davvero la realtà.
In fondo questo è il piccolo miracolo del film: riuscire, anche solo per un istante, a guardarci in modo diverso, meno giudicante e meno superficiale di quanto siamo abituati a fare».
Per Marco D’Amore non vi sono dubbi: fare cinema significa fare verità. «Per me ogni progetto segue un percorso diverso. Il cinema, come il teatro e la letteratura, nasce dalla realtà, ma non deve limitarsi a riprodurla. Deve cercare una verità. La vita diventa materia artistica e il compito dell’arte è provare a raccontarla, senza pretendere di spiegarla. Attraverso una sceneggiatura, un testo teatrale o un film, si offrono allo spettatore domande più che risposte, lasciandogli la possibilità di leggere tra le pieghe del racconto e confrontarsi con il mistero dell’esistenza». Nessuna presunzione, nessun modello da offrire o risposta perfetta per le domande che assillano la realtà e il quotidiano. Solo l’esigenza intima e profonda di testimoniare l’imperfezione e la bellezza della vita. Questo è il motore di ogni storia nonché l’esigenza del narratore di mestiere: «Non ho mai chiesto a un libro, a un film o a un testo teatrale di offrirmi un esempio da seguire. Ho sempre chiesto di essere spostato dal mio punto di vista, persino messo in crisi, per guardare il mondo attraverso gli occhi di qualcun altro. È questo che cerco anche nei progetti a cui partecipo. Fortunatamente esistono tanti autori, registi e musicisti che raccontano la realtà da prospettive differenti. Il compito dell’arte è offrire questi punti di vista; quello dello spettatore è mettere insieme tutti i tasselli e costruire una propria lettura della realtà».
Ha argomentato, di seguito, rispetto la sua esperienza registica alla serie Sky Atlantic “Gomorra – Le origini”, partendo dalla fase dei casting fino a raccontare l’approccio che ha avuto sul set e l’intento con cui ha diretto la serie. «La fase del casting è stata probabilmente la più bella e la più difficile. Abbiamo visto centinaia di ragazzi e ragazze: un’enorme dimostrazione del talento presente nel nostro territorio. Prima delle riprese ho voluto affittare una sala teatrale e lavorare con loro per quasi un mese. Abbiamo fatto preparazione fisica, vocale e interpretativa, costruendo insieme i personaggi. Quel percorso li ha preparati al set, ma soprattutto ha creato un gruppo umano che è rimasto unito anche oltre il film. Credo che il compito di un regista sia quello di trovare un linguaggio diverso per ogni attore. Ognuno arriva con la propria storia, le proprie fragilità e le proprie sensibilità. Il regista deve mettersi al loro servizio, proprio come un musicista accorda i propri strumenti». Ha continuato: «La mia più grande paura nel tornare nell’universo di Gomorra era quella di ripetere qualcosa che era già stato raccontato. Nel frattempo avevo fatto molte altre esperienze come attore, regista e sceneggiatore e non sapevo ancora quale fosse il progetto. Quando hanno proposto Gomorra – Le Origini, quello che mi ha convinto è stata la possibilità di raccontare un periodo storico poco esplorato: gli anni Settanta nella periferia napoletana. Un’epoca in cui esistevano condizioni di povertà e marginalità che oggi sembrano quasi inimmaginabili. Il mio interesse non era giustificare nessuno, ma raccontare come le condizioni di partenza possano influenzare profondamente i percorsi umani. È una riflessione che riguarda anche il presente: penso ai bambini che oggi crescono nelle guerre, tra le macerie di Gaza o dell’Ucraina. La domanda che mi interessa è quale futuro potrà avere una generazione costretta a vivere in quelle condizioni». Grande focus sulla selezione delle musiche e sulla preliminare ricerca storica, data l’ambientazione d’epoca della sceneggiatura. «La musica è sempre stata uno dei motori del mio processo creativo. Da ragazzo ho iniziato come musicista e questo continua ancora oggi a influenzare il mio modo di raccontare. Per questo progetto mi sono occupato anche della costruzione del tema musicale principale insieme a Pasquale Catalano. Volevo che il suono fosse parte integrante del racconto – ed ha concluso – Allo stesso modo c’è stato un grande lavoro di ricerca sulla ricostruzione storica, condiviso con scenografi, costumisti e tutta la squadra artistica. Ogni dettaglio è stato studiato con attenzione per restituire autenticità al mondo raccontato».
Foto in copertina di Antonio Gargiulo.