Scorrere le pagine dei rapporti “Pendolaria” di Legambiente significa affrontare una sorta di bollettino di guerra.
Nel 2015 il taglio dei treni pendolari in Campania, ravvisa l’Onlus ambientalista, è stato pari al 19%, a fronte di un aumento dei biglietti pari al 23,75%11 negli ultimi cinque anni.
Circumvesuviana, Cumana e Circumflegrea, gestite dall’Eav, sono le tratte pendolari che hanno subito più tagli alle linee e ai convogli: «La difficoltà dei pendolari è quella di trovare un numero sufficiente di treni – scrive Legambiente – le conseguenze sono inevitabilmente il sovraffollamento e i ritardi e purtroppo anche la scelta da parte di molti utenti di utilizzare la macchina per i propri spostamenti. In comune a tutte queste linee ci sono le abitudini di molti utenti di utilizzare la macchina per i propri spostamenti. In comune a tutte queste linee ci sono le stazioni fatiscenti, abbandonate e vandalizzate, per buona parte sprovviste di biglietterie e obliteratrici».
I dati più recenti confermano, quindi, la progressione di disservizi che non accennano a diminuire: «Il pendolare campano viaggia su vecchi treni e sempre più affollati. Il calo di pendolari sui treni in Campania è dovuto a più fattori, tra cui: i tagli complessivi del 15% al servizio dal 2010 a oggi, con punte che raggiungono addirittura il -50% su alcune linee; un aumento delle tariffe del 23%. Lo sforzo che è stato fatto dalla Regione di dare 63 treni nuovi e ristrutturati non basta. In particolare, a Napoli, ci sono 81 treni metropolitani di età media di 23 anni, mentre il 43,2% dei treni ha più di 20 anni»
Si verifica, così, la paradossale situazione dove la domanda di mezzi pubblici aumenta ma i pendolari che li utilizzano diminuiscono a causa di forze esterne dalla loro volontà.
Una relazione della Corte di Conti del 2010 analizza i bilanci della Regione Campania, sottolineando come «il capitale sociale
investito nel gruppo delle società partecipate in modo totalitario dalla Regione ammonta a 67,37 milioni di euro, di cui circa il 90% è
concentrato nel settore dei trasporti. Rilevanti criticità sono concentrate nelle società operanti in questo ambito, peraltro
soggette a ristrutturazione societaria mediante incorporazione in Eav. Resta da vedere se tale nuovo assetto societario potrà essere di
sollievo al settore ed alle società di gestione, al fine del recupero della competitività e ad un miglioramento della grave situazione
debitoria»13
I rapporti “Pendolaria” seguìti a questa relazione, come abbiamo visto, non inducono a pensare che si sia imboccata la strada del
risanamento: «Dal 2010 ad oggi – conferma Legambiente – ci sono 150mila persone in meno sui treni campani (oggi sono 271mila contro i quasi 420mila del 2009, -35,4%)»
Non va meglio al trasporto su gomma: nel dicembre 2013 la Ctp (Compagnia Trasporti Pubblici, da non confondere con la Clp di Caserta, che gestisce tuttora il servizio di trasporto su gomma in 72 Comuni tra Napoli e Caserta raggiungendo anche entrambi i capoluoghi, chiude il bilancio annuale con un rosso da 34 milioni di euro a fronte di unutile pari a 52 milioni.
L’azienda, di proprietà per il 100% dell’ex Provincia di Napoli, ha così perduto circa il 40% dei ricavi annui: ogni 10 euro incassati, 4 sono andati perduti. Nel 2010 il “buco” fu di 26 milioni, cifra identica a quella dell’anno successivo. Negli anni precedenti il passivo fu addirittura peggiore: nel 2009 le perdite ammontarono a 29 milioni di euro, mentre nel 2008 (anno in cui la Provincia divenne unico azionista) finirono letteralmente al macero ben 33 milioni. Andare a ritroso nel tempo significa scoperchiare il vaso di Pandora : tra il 2003 e il 2007, come stimato da Mediobanca, la Ctp “regalò” ad azionisti e cittadinanza un “buco” di 170 milioni di euro complessivi (circa 34milioni di euro annui). La Ctp è stata, negli anni, un carrozzone che ha drenato soldi pubblici dalle casse già disastrate di un ente
ormai scomparso: negli anni presi in esame, i ricavi sono ammontati a una media di 58 milioni di euro annui. Il problema è
che la maggior parte di questi soldi erano di provenienza pubblica: nel 2012, su 52 milioni di ricavi, 44 erano della Provincia, appena 8
provenivano dal costo dei biglietti (circa il 15% del totale, una cifra miserrima). A sintetizzare efficacemente la situazione è Fabio
Pavesi sul Sole24Ore: «Anche quest’anno (2013) il canovaccio si è ripetuto: la Provincia di Napoli ha staccato un assegno a giugno di
19 milioni per tappare il buco di bilancio. Ormai è una consuetudine. Le perdite lentamente erodono il capitale, la società
balla ogni due anni sull’orlo del crac. Ecco arrivare puntualmente l’iniezione di denaro fresco da parte dell’ente pubblico.
Ovvio che è un giochino infernale e malsano.
I passeggeri non pagano l’autobus: la Ctp ogni anno vede i costi superare le entrate (mancate), il capitale viene eroso, scende la cassa; la Ctp ritarda i pagamenti ai fornitori. Occorre aspettare la manna dal cielo.
Quell’assegno che viene staccato prima del baratro del fallimento dall’ente locale. E poi si ricomincia in una giostra sempre identica
a se stessa»
E per concludere questo sintetico quadro, non si può non citare l’Anm, Azienda Napoletana Mobilità, che muove autobus, filobus e tram
su tutto il territorio del capoluogo campano. Anche qui sprechi e mala-gestione non si sono fatti desiderare: nel 2007 la Guardia di
Finanza segnalò alla Procura della Corte dei Conti trenta filobus e tre nuovissimi tram della linea “Sirio” acquistati dall’ente e mai
andati in esercizio
Uno spreco di risorse pubbliche, secondo le Fiamme Gialle, che ammontò a 22 milioni di euro per una società
già preda del rosso in banca.