Aversa-Per ogni donna: Le vittime di stupro (Victim Blaming) a cura di L.Cacciapuoti, M.Lampitella, C. Caputo, G. Amandola

Aversa– Salve a tutti i lettori di Belvederenews e ai seguaci della rubrica “Per ogni donna”, ideata da Speranza Anzia Cardillo, dottoressa in giurisprudenza e criminologa e diretta dal professore Pasquale Vitale. Il tema trattato oggi è di grande attualità, ma soprattutto sopravvive agli sforzi compiuti dal legislatore, fin dai tempi più antichi, per punire chi si fosse macchiato di gravi reati come quello di stupro. L’argomento al quale facciamo riferimento, cioè il ” Victim Blaming” rappresenta davvero un ostacolo che spesso si frappone all’applicazione della legge e all’abbattimento di pregiudizi e convinzioni frutto di una cultura prevalentemente maschilista che tutt’ora sopravvive nell’ambito della società moderna. Tante sono le storie che evidenziano quante difficoltà possa incontrare una donna vittima di stupro che vuole denunciare una simile violenza. Le vittime spesso infatti vengono colpevolizzate e accusate di aver attirato maliziosamente colui che si è reso colpevole del reato. Alcune donne vengono prese di mira per aver denunciato il fatto al punto tale da tentare addirittura il suicidio. Per la delicatezza dell’argomento abbiamo ritenuto opportuno chiedere interventi autorevoli tra cui quello del dottor Luca Cacciapuoti, sociologo; dell’avvocato Giulio Amandola, cassazionista e Presidente dell’Osservatorio Giuridico Italiano; dell’avvocato Maria Lampitella, avvocato penalista e Vice Presidente della Camera Penale del Tribunale di Napoli Nord; dell’autrice e giornalista Carla Caputo

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Introduzione della dottoressa Cardillo. Il più delle volte, quando viene denunciato un reato di stupro oppure altri reati a sfondo sessuale vengono sollevate notevoli polemiche e divisioni tra l’opinione pubblica che, inevitabilmente, si scinde tra colpevolisti e innocentisti. La vittima di una simile violenza è spesso accusata di aver, almeno in parte, una responsabilità rispetto all’attuazione del reato. Ciò vuol dire che si trova a subire, oltre al reale danno derivante dalla violenza, anche la vergogna e l’umiliazione di vedere la propria vita, la propria immagine e il proprio modo di relazionarsi, al severo giudizio di chi vuole addossarle delle colpe o talvolta sottoporla ad un processo mediatico di considerevoli dimensioni. La condanna più grave deriva da chi non vuole riconoscere che ormai le donne sono esseri liberi alla pari degli uomini, che possono allo stesso modo uscire di sera, scegliere un abbigliamento che valorizzi il loro aspetto o condurre una vita fondata sul valore della libertà, senza che tutto questo voglia per forza dire che siano responsabili circa determinate iniziative di uomini che non sanno cosa sia il rispetto altrui. Il diritto di scegliere se compiere o meno determinati merita sempre una tutela adeguata e un riconoscimento giuridico. Se queste convinzioni fossero ben radicate almeno nella coscienza della civiltà odierna e non ignorate con fermezza come è avvenuto passato, probabilmente tante donne non esiterebbero a denunciare determinate violazioni della loro libertà e della loro sfera personale. In tal caso tante violenze, tanto dolore e tanti abusi non resterebbe impuniti. L’umiliazione di tante donne non resterebbe nell’ombra e il timore, di subire anche una condanna molto più grave di quella inflitta dalle leggi non cederebbe, come spesso purtroppo accade, il passo alla più rassicurante scelta del silenzio, ma verrebbe portata a galla dalle vittima la verità.

Intervento della giornalista Carla Caputo

“La violenza contro le donne è una delle più vergognose violazioni dei diritti umani.” Così Kofi Annan siglava quello che ormai è divenuto un “fenomeno” – purtroppo – sempre più dilagante e frequente. Parlare dello stupro, della violenza sulle donne non è una cosa così semplice, poiché implicherebbe andare a ricercare nella matrice inspiegabile del soggetto che lo compie e sugli effetti sulla persona che lo subisce. Significherebbe andare a scavare negli occhi di chi tende a chiuderli, nelle sue emozioni sigillate in un cassetto dell’animo, aprire cicatrici che già stentano a chiudersi. Ma più di tutto, significherebbe andare a cercare in quel silenzio che, come Hannah Arendt definisce nel suo saggio “Sulla rivoluzione” (1963), rappresenta la condanna di tutti coloro che vivono e subiscono la violenza. Allora perché, in questo mio lavoro, affronteremo questa tematica? E perché proprio attraverso la letteratura? Nel 2013, per Quaderni di Donne & Ricerca, è stato pubblicato un saggio a cura di Elena Fammartino molto interessante sul rapporto donna – violenza che, però, affronta la questione qui esposta in altri termini, ovvero cambiando la prospettiva della situazione: ad essere protagoniste sono le donne violente, contestualizzate nell’ottica dell’emancipazione femminile e raccontate attraverso le opere di Dacia MarainiAngela Carter. Tuttavia, in un passo del contributo vi è una possibile risposta alle domande che ho supra posto: “Riappropriarsi della memoria della violenza significa invece essere chiamati in causa di fronte al dolore, rendendocene responsabili. Laddove il dolore è difficile da verbalizzare, la letteratura è capace di esprimere la ferita attraverso la finzione letteraria, aiutandoci ad aggirare la complessità delle argomentazioni con le storie puntuali dei personaggi, il racconto delle loro personali esperienze e sensazioni”. A fronte di ciò, si fa dunque chiara l’intenzione e lo scopo del mio di contributo, volto a raccontare la sofferenza, il dolore taciuto, la sorpresa e l’aspetto fisiognomico delle donne vittime di violenza, di stupro. Ma non solo, il fine è anche quello di mettere in rilievo che la violenza sulle donne – ripeto: purtroppo – è sempre esistita; considerata addirittura “normale” da una società di stampo puramente patriarcale. Diversamente da allora è meno taciuto, ma come allora, nonostante le lotte femminili e femministe, le diverse propagande di associazioni, centri specializzati; nonostante l’informazione giornalistica, la denuncia e le campagne di sensibilizzazione; è un tema dato ancora per scontato, ricopre ancora un ruolo marginale e presenta ancora molta strada da fare. Ma il dolore, quello, resta sempre lo stesso. L’impatto e le conseguenze sulla vittima sono sempre le stesse: desolazione, sconforto e, ancora, silenzio.
Ho scelto, dunque, di ricordare, brevemente, un’opera letteraria in cui la tematica è trattata in diverse pagine attraverso la “storia di violenza” di Ida Ramundo, la maestra trentasettenne protagonista de “La Storia”, romanzo storico del 1974 scritto da Elsa Morante e pubblicato subito in edizione economica Einaudi. Il racconto, ambientato a Roma nel periodo tra il 1941 e 1947, che vuole – servendoci delle parole di A. Casadei – “essere prima di tutto un grande apologo, una parabola sulla distruttività della Storia (con la esse maiscula) che da sempre schiaccia senza pietà i deboli”, si apre proprio con una scena di violenza. Ida (ebrea), già vedova e con un figlio adolescente, Nino, viene stuprata da un soldato tedesco, del quale resterà incinta di “Useppe”. La scena dello stupro appare così lucida ad un lettore attento, tanto da scorgere attraverso le azioni e comportamenti lo status psicologico e di chi subisce e di chi agisce.
“Il corpo di Ida era rimasto inerte, come la sua coscienza: senz’altro movimento che un piccolo tremito dei muscoli e uno sguardo inerme di ripulsa estrema, come davanti a un mostro. E in quello stesso momento, gli occhi del soldato, nel loro colore di mare turchino cupo vicino al violaceo (un colore insolito sul continente, lo si incontra piuttosto nelle isole mediterranee) s’erano empiti d’una innocenza quasi terribile per la loro antichità senza data: contemporanea del Paradiso Terrestre! Lo sguardo di lei parve, a questi occhi, un insulto definitivo. E istantaneamente una bufera di rabbia li oscurò. Eppure fra questo annuvolamento traspariva una interrogazione infantile, che non si aspettava più la dolcezza di una risposta; ma lo stesso la voleva. Fu qui che Ida senza darsene ragione prese a gridare: «No! No! No!» con una voce isterica da ragazzina immatura”.
Ida, dunque, già avverte cosa sta per accadere:
“Inaspettatamente la tenerezza amara che lo aveva umiliato col suo martirio fino dalla mattina gli si scatenò in una volontà feroce: «…fare amore!… FARE AMORE!…» gridò, ripetendo, in uno sfogo fanciullesco, altre due delle 4 parole italiane che, per sua propria previdenza, s’era fatto insegnare alla frontiera. E senza neanche togliersi la cintura della divisa, incurante che costei fosse una vecchia, si buttò sopra di lei, rovesciandola su quel divanoletto arruffato, e la violentò con tanta rabbia, come se volesse assassinarla. […] La sentiva dibattersi orribilmente, ma, inconsapevole della sua malattia, credeva che lei gli lottasse contro, e tanto più ci s’accaniva per questo, proprio alla maniera della soldataglia ubriaca. Essa in realtà era uscita di coscienza, in una assenza temporanea da lui stesso e dalle circostanze, ma lui non se ne avvide. E tanto era carico di tensioni severe e represse che, nel momento dell’orgasmo, gettò un grande urlo sopra di lei.[…]E nello stato di rilassamento e di quiete che sempre le interveniva fra l’attacco e la coscienza, lo sentì che di nuovo penetrava dentro di lei, però stavolta lentamente, con un moto struggente e possessivo, come se fossero già parenti, e avvezzi l’uno all’altra.[…] Essa, tornata alla coscienza, sentì sul proprio corpo il suo peso che la premeva sul ventre nudo con la divisa ruvida e la fibbia della cintura. E si ritrovò con le gambe ancora aperte, e il sesso di lui, diventato povero, inerme e come reciso, posato dolcemente sul proprio. Il ragazzo dormiva placidamente, russando, ma, al movimento che lei fece per liberarsi, la serrò istintivamente contro di sé; e i suoi tratti, pure nel sonno, presero una grinta di possesso e di gelosia, come verso una vera amante.[…] Essa, tanto era indebolita, ebbe l’impressione, allo sciogliersi da lui, di durare una fatica mortale; ma finalmente le riuscì di liberarsi e cadde sui ginocchi in terra, fra i cuscini sparsi a lato del lettuccio. Si riassestò le vesti alla meglio; ma lo sforzo le aveva prodotto una nausea che le rivoltava il cuore; e rimase là dove stava, caduta sui ginocchi, davanti al divanoletto col tedesco addormentato”.

Ecco, queste sono le sensazioni di Ida: paura, timore, sottrazione della propria volontà, incapacità di espressione e di proprio diritto. Un passo, dunque, che è da leggersi in due prospettive: temporale e conseguenziale. Temporale nella misura in cui, probabilmente, la Morante è stata una delle prime a descrivere così ampiamente un scena di stupro correlata da effetti psicologici, del resto, da contestualizzare in un periodo storico, appunto, in cui fenomeni come questo erano all’ordine del giorno; conseguenziale nella misura in cui lo stupro non solo è una delle prime cause che ha indotto a quella che sarebbe stata la depressione e malattia di Ida, ma anche – se vogliamo – frutto di una gravidanza che si definisce come indesiderata. Il fatto di mettere in evidenza, attraverso un romanzo, questi aspetti è un primo atto di insegnamento e denuncia. In un romanzo del ‘300, forse, è impossibile tracciarvi una storia di stupro in questi termini, se non come un fatto paradossalmente normale a cui le donne dovevano sottostare.

In extremis, propongo un’ultima osservazione: quanto è importante lo “strumento- letteratura” per l’educazione alla non violenza? Forse, fondamentale. Basti pensare ad Adrienne Rich che nel pamphlet “Women and honor: some notes on lying” del 1977, pone al centro della propria attività letteraria la necessità di «iniziare ad assumerci il peso delle nostre esistenze», ovvero rivisitare tutte le espressioni della cultura umana per colmare lacune, omissioni e silenzi che ne hanno estromesso le donne nella loro corporeità. Concludo con un passo di un saggio di Giovanna Caltagirone che – a mio avviso – si fa emblema di tutto quanto sovraesposto, mostrandoci, attraverso il pensiero di due autrici, quanto anche la parola possa essere un’arma di denuncia, di liberazione: “Rich e Luce Irigaray contemplano, entrambe, la prospettiva di «rimettersi al mondo» (Irigaray), «sono una donna che dà alla luce se stessa» (Rich), una seconda nascita che passa anche attraverso la rottura del silenzio e la conseguente irruzione della parola diretta delle donne sulle donne e per le donne”.

Intervento dell’avvocato M. Lampitella 

 

 

Intervento del Dott. Cacciapuoti

Intervento dell’avvocato Amandola