L’approvazione definitiva della legge sulla detenzione domiciliare terapeutica per i detenuti tossicodipendenti rappresenta un cambio di paradigma nel sistema penitenziario italiano, perché riconosce la dipendenza patologica come una malattia da curare e non soltanto come un comportamento da punire. Un principio che Samuele Ciambriello, Garante campano delle persone private della libertà personale e portavoce della Conferenza nazionale dei Garanti territoriali, definisce “un atto di civiltà”, condividendo l’impianto della riforma ma mettendo in guardia sul rischio che rimanga inapplicata. Secondo Ciambriello, infatti, la legge potrà funzionare solo se accompagnata da un deciso potenziamento dei Servizi per le Dipendenze (SerD), con l’assunzione di psicologi, psichiatri e operatori sanitari, indispensabili per predisporre i programmi terapeutici che consentono ai detenuti di accedere alle misure alternative. “Una legge non cammina con le buone intenzioni”, osserva il Garante, ricordando che senza personale e strutture adeguate molti detenuti non potranno neppure avviare il percorso previsto dalla normativa. A destare preoccupazione sono anche le risorse economiche. Il Governo ha stimato che i potenziali beneficiari della misura possano essere circa 10mila, ma, secondo Ciambriello, i 19,4 milioni di euro stanziati sarebbero sufficienti a finanziare soltanto circa 800 percorsi terapeutici, alimentando aspettative destinate a scontrarsi con la realtà. Il Garante sottolinea inoltre che la nuova normativa, pur rappresentando un importante passo avanti sul piano del recupero e della riduzione della recidiva, non sarà da sola sufficiente a risolvere il problema del sovraffollamento carcerario. Perché la riforma produca effetti concreti, conclude, occorrono investimenti strutturali nella sanità penitenziaria e nella rete delle comunità terapeutiche, trasformando un principio condivisibile in una reale opportunità di reinserimento sociale.