Intervista a Marco Ascione autore di :“Italós” – Perché siamo arrivati a tanto?

“La Penisola italiana ha sempre avuto un ruolo cruciale e quasi sempre di preminenza a causa della sua centralità nel Mediterraneo.”

Intervista a Marco Ascione autore di :“Italós” – Perché siamo arrivati a tanto?

“La Penisola italiana ha sempre avuto un ruolo cruciale e quasi sempre di preminenza a causa della sua centralità nel Mediterraneo.”

Marco Ascione, napoletano trapiantato in Alto Adige, attualmente ricercatore Eurispes, è dottore di ricerca, esperto in dinamica delle popolazioni, in studio dei sistemi complessi e analisi delle interazioni tra biomi, ecosistemi, caratteristiche geografiche e morfologiche, uso dell’energia, delle risorse disponibili e mutamenti economici, tecnologici e sociali nei sistemi antropici complessi. Pubblica su riviste scientifiche internazionali (peer-reviewed e con impact factor), ha studiato presso la University of Florida (USA), l’Università degli Studi di Parma, l’Università degli Studi di Napoli “Parthenope” ed ha lavorato e/o collaborato con la “Sapienza” Università di Roma, l’Università degli Studi di Siena, l’Università degli Studi di Parma, l’Università degli Studi di Napoli “Parthenope”, la LUISS Guido Carli di Roma e l’ENEA, presso il Centro Ricerche Casaccia di Roma.

“Italós” – Perché siamo arrivati a tanto?  Il libro di oggi

Un titolo che Marco Ascione dà al suo libro è il termine greco con cui gli achei, giunti sulle coste dell’odierna Calabria, erano soliti riferirsi sia ai vitelli (e tori) che ai Vituli: un popolo ivi stanziato che vedeva il proprio nome sempre provenire da tale animale, dato che lo adorava come divinità

D) Appunto Marco perché siamo arrivati a tanto?

Perché non siamo solo il frutto delle nostre scelte attuali, ma anche di quelle passate; finanche di diversi secoli fa. La Penisola italiana ha sempre avuto un ruolo cruciale e quasi sempre di preminenza a causa della sua centralità nel Mediterraneo. Basti ricordare che nel ‘500 l’italiano era, di fatto, la lingua più importante del mondo; e quando in Europa si parlava l’italiano come oggi l’inglese, la regina d’Inghilterra comunicava con l’imperatore cinese in italiano. Questo ruolo l’abbiamo a poco a poco perduto dopo la Scoperta dell’America, per lo spostamento del principale asse mercantile dal Mediterraneo all’Atlantico. Il trauma è durato diversi secoli, ma gradualmente ne siamo usciti (anche se non del tutto). E di tutta la Penisola, la prima area a riprendersi è stata il Sud Italia, per la sua posizione maggiormente protesa nel cuore del Mediterraneo (come in passato lo fu, beneficiando, ad esempio, prima delle altre dei commerci con l’allora ricchissimo mondo arabo). Il Sud pervenne quindi all’alba dell’unità essenzialmente più progredito del resto d’Italia. Tuttavia, per volere dell’Inghilterra, prima superpotenza dell’epoca che sentiva minacciato la sua egemonia nel Mediterraneo, siamo stati conquistati dal Nord. E da allora ne sono discese tutta una serie di conseguenze nefaste, non solo per il Sud, ma per l’Italia tutta, riunita in modo “adulterato” sotto il Piemonte. Questo era poco evidente fin tanto che l’Italia viveva la sua fase di opulenza, scaturita a partire dagli aiuti stranieri post-bellici. Ma una volta caduto il Muro di Berlino, con la globalizzazione, i nodi sono cominciati a venire al pettine.

D) Un ricercatore contemporaneo e giovane come te che proporzione riscontra con il “mondo antico” del borbonismo e delle Due Sicilie?

Beh, una volta scoperta la verità sul nostro passato – non solo celataci, ma invertita da una versione mainstream somministrata da un vincitore che aveva bisogno di legittimare e inventare un proprio mito fondante -, riallacciarsi al capo del filo, un tempo smarrito e ora ritrovato, ne viene in sé spontaneo. Come spontaneo diviene individuare la naturale sequenza di continuità con il passato e, una dopo l’altra, la collocazione coerente dei vari tasselli di un puzzle, fino a un attimo prima incomprensibile, anche in termini geopolitici. Tuttavia risulta difficile disgiungere da ciò la crescente avidità di conoscere, quanto più possibile (e qui uso un’allegoria), i dettagli della vicenda di quei “genitori naturali” dai quali a tua insaputa sei stato tolto quando eri ancora “in fasce”.

D) Ho avuto modo di scoprire a Gaeta, per una tua confidenza amicale la tua conversione cristiana, sarebbe una buona cosa saperne di più?

Ho trovato la fede in Cristo e la mia vita è cambiata. Sarebbe un po’ lunga a parlarne. Ad ogni modo, posso dirvi che anche il mio ardore nell’andare a fondo nelle vicende dell’umanità è una delle conseguenze che discendono dalla conversione. Una fede sincera implica un continuo mettersi in discussione, paradossalmente guardando a se stessi e alla realtà sotto una persistente lente critica, chiaramente nel senso costruttivo del termine. Ciò ineluttabilmente poi t’impedisce di rimanere insensibile dinanzi al dolore altrui e alle ingiustizie che si commettono, specialmente verso i deboli, i poveri e gli indifesi. Peraltro, il Sud stesso diviene immagine del Cristo crocifisso, per il tradimento dei suoi, a motivo del loro rinnegamento e per mano di quegli aguzzini, sia “giudei” che “pagani”, ovvero sia interni che esterni. Il Sud di quei malati, sotto la soglia di povertà, costretti a indebitarsi fino all’inverosimile per andare a farsi curare al Nord; quello dei loro parenti talora per questo costretti persino a lasciare il loro misero impiego; il Mezzogiorno delle tante donne morte di parto (il doppio rispetto al Centro-Nord); il Sud dell’innumerevole quantità di persone sfruttate sul lavoro in maniera inumana; il Meridione dei bimbi privati dell’asilo nido, del tempo pieno scolastico, dell’assistenza all’infanzia e alle famiglie, costretti ad abbandonare la scuola per andare a lavorare ancora bambini, per gli stenti della famiglia; il Mezzogiorno delle periferie dove l’assoluta mancanza di lavoro, la povertà e il degrado sono la macchina incubatrice usata dalla criminalità organizzata per strappare a tante madri i loro figli ancora piccoli; il Meridione dagli innumerevoli servizi negati, a cui sono stati tolti in modo illegale e incostituzionale, solo dal 2000 al 2017, ben 840 miliardi. Un Sud a cui si spara alle gambe e poi si accusa di non voler correre. Queste cose non possono lasciarti indifferente.

D) Una domanda riguardante ancora Italós, senza scoprirne il finale,c’è un’idea positiva del futuro?

Certo, lo lascio intendere fra le righe del libro, perché, parafrasando Giovanni Falcone, che si riferiva al fenomeno mafioso: ogni fenomeno umano ha un inizio e una fine; dunque per estensione anche il perdurare dell’attuale condizione, non proprio rosea, del Sud e dell’Italia stessa è destinata a finire. Basti pensare al periodo di decadenza vissuto, per esempio, dal Regno di Napoli per 237 anni (anche se non del tutto omogeneo) e che terminò con l’ascesa al trono di Carlo di Borbone.

D) Le tue ricerche puntualmente capovolgono pregiudizi comuni sul Sud sanguisuga, che invece in realtà da vari anni finanzia la crescita settentrionale. In che modo questo avviene?

Questo è stato oramai definitivamente appurato da agenzie, istituti ed enti nazionali e internazionali fra i più autorevoli. Il meccanismo è quello di tipo coloniale. Lo stesso che sussisteva un tempo fra Irlanda e Inghilterra oppure, prima dell’unità, fra Lombardia e Austria. L’Austria accusava i lombardi di essere indolenti e inconcludenti, etichettandoli per tale ragione con l’appellativo di “nulli”. Imputava loro la colpa d’essere incapaci di svilupparsi, nonostante gli ingenti finanziamenti che essa gli elargiva. In realtà, i lombardi, che al tempo costituivano 1/9 della popolazione di tutto l’Impero austro-ungarico, garantivano a quest’ultimo 1/3 delle risorse di cui usufruiva. E ciò, oltre che per sottrazione diretta di risorse, avveniva tramite la riduzione della Lombardia a mercato di smercio dei prodotti austriaci. È quello che sussiste oggi fra Nord e Sud Italia. Non a caso nei giorni che precedettero l’insurrezione delle 5 giornate di Milano, i soldati austriaci cercavano di costringere i milanesi a fumare i loro sigari, dopo che questi ultimi avevano dato vita a una protesta in cui si rifiutavano di acquistare sigari e altri prodotti austriaci. Qualcosa di simile al rovesciamento in mare delle casse di tè inglesi, operato dai coloni (futuri statunitensi), prima della Guerra d’indipendenza dall’Inghilterra.

D) La consapevolezza che queste dinamiche economiche stanno affossando gli Italós in un baratro ingiusto e inefficiente, in che modo potrà invertire questa tendenza?

La tendenza potrà essere invertita solo se la gente accetterà di conoscere le vere cause della nostra involuzione, conseguentemente optando per i rimedi appropriati. La sola consapevolezza di star regredendo è in sé inutile, se non addirittura dannosa quando – presi dalla frustrazione – si spara nel mucchio, prendendosela col nemico sbagliato e affidandosi a chi specula e sfrutta questo per il proprio tornaconto politico e/o economico. In questo modo, la pseudocura arreca danni peggiori del male iniziale.

D) Per passare all’attualità più scottante: l’emergenza Covid 19 sta mettendo a nudo le debolezze italiane ad ogni latitudine. Ritieni che questo flagello possa trasformarsi in un’opportunità per gli Italós?

Ogni flagello o, più in generale, ogni pena subìta ha in sé il potenziale sia di renderci migliori che peggiori. Si potrebbe dire che la sofferenza è in se stessa uno strumento asettico: ciò che da essa può scaturire dipende dall’ “uso” che scegliamo di farne. L’auspicio è che l’Italia possa trarre da essa un bene maggiore; anche in termini d’unità fra italiani. Tuttavia, non è detto: potrebbe anche avvenire il contrario. Quando una società s’impoverisce senza mettere senno, le divisioni s’inaspriscono e aumentano i conflitti.

D) Sembra che gli italiani stiano perdendo umanità e cura nelle relazioni individuali e familiari, persino i duosiciliani che forse erano il popolo europeo più ricco di questi valori. Dipende solo da questioni economiche e materiali o c’è anche altro, secondo te?

L’agiatezza diffusa riduce i conflitti sociali diminuendo i livelli medi di aggressività. Costituisce però un grave errore ritenere che a ciò corrisponda un altrettanto miglioramento dell’animo delle persone. Le due cose sono abbastanza indipendenti fra loro. Anzi, spesso è più vero il contrario. Per esempio, non è raro che persone dai modi per nulla aggressivi, che godono di tenori di vita altissimi, che hanno studiato nelle migliori università del mondo e che occupando posti di grande importanza e responsabilità si ritrovino a prendere decisioni nefaste, frutto del loro egoismo e della loro scarsa umanità, con conseguenze terribili per un numero enorme di persone. Si pensi a tanti banchieri, politici o manager di grandi multinazionali in grado di ridurre alla fame tanta gente. Per contro, tanti che invece vivono l’indigenza più assoluta talora toccano le più alte vette d’umanità. Naturalmente non è sempre così: in entrambi i casi. Ma questo ci fa capire che benessere e livello di umanità sono due cose indipendenti fra loro. L’umanità e i valori vanno coltivati, altrimenti si smarriscono. Di recente questo è stato fatto forse sempre meno: nei decenni passati, narcotizzati dal benessere che pareva appianare quasi ogni falla, abbiamo ritenuto di poter sorvolare. Così disallenati e ora sopraffatti dagli affanni e dalle preoccupazioni di quello che non va più, anziché guardarci dentro, c’illudiamo di risolvere i problemi scovando capri espiatori esterni. Vi potrà suonare paradossale ma lo psichiatra e padre della psicologia analitica, Carl Gustav Jung, diceva: “Chi guarda fuori sogna, chi guarda dentro si sveglia.”

Marco Ascione con Pino Aprile durante la presentazione del suo libro presso la Camera dei Deputati