WHITE HORSE
Corri, corri ancora ‘bianco cavallino’,
pronto a sfrecciare da sera al mattino
luci soffuse, veneri mostrate , senza più veli
di disio vestite, negli azzurrini voli
una sera di dicembre io fin qui fui tratto,
bastò l’accesso e fui subito ratto,
Angelo biondo vidi seduto tra i mortali
di vapor niveo vestito, il sorriso come mai di uguali
vidi io avante, e lì fino sul far del giorno, mi restai
fuggire dovevo, ma mai ci pensai
restai avvinto , la mano nella mano
come se invece che nell’infero vano
al parco , e con gentil donzella io fossi
innamorati , ma di chi io sapessi
non avvinto al demone per quanto in leggiadria
cogli angeli e i santi ea non rivaleggeria
Gabriela, arcangelo della morte lenta,
procuratrice della nera parca, ria e cruenta
istigatrice di supremo amore
e poi di oblio da spezzarti il cuore .
Chiesi soccorso al sorriso della bruna
calma, splendente Laura , prima che l’uno
ancor mio spirto si frantumasse in una
miriade di parti, di brani, senza più fortuna.
Immanuel e poi Andressa rivaleggiaro sempre
innamorato il primo, cotta la seconda, lessa.
Ma amore non trovaro, poiché l’orgoglio che voleva essa
fu calpestato, dall’incauto amato con malvagio ventre.
Poi fu la volta di Jessica, che di tutto fu ruffiana,
alta , statuaria e faccia di puttana.
Voleva coglier dell’amore altrui i frutti,
fu smascherata e non li prese tutti.
E intanto Carlo luciferino domino, sedea
alla consolle della carovana nera
al pari di Caronte non traghettava alcuno
ma muto lui assisteva alle cadute di qualcuno.
Cadute, senza ritorno e senza requie
nei matti sogni e nelle cose empie
di gioe rubate, meste e un po’ struggenti
dense di sesso , di gioia vana, di brutal tormenti
Poi venne la piccola Chanel
a turbar l’anima mia già maledetta,
distrutta, sofferente, trista, negletta
fu lì la fine di cotanto anel
Matto rivolsi a lei il mio amore
fui ripagato con l’inganno e il disonore
di essere trattato ancora peggio,
di quanto fui già prima , dal mio primo occhieggio
Haidi mi confortò con il suo ballo svelto,
cui io m’unii , ancor e sempre più spesso.
Così sfogavo la mia insoddisfazione
di desiderare ma senza una ragione.
Scrivevo, sì , mutavo il mio amore nel volteggiante verso.
Così la mia poesia scritta col sangue che dal cuor m’uscia
sulla elettronica carta non si rapprendesse, e non fosse terso
rivelatore del mio morbo che mi opprimeva di malìa.
Poi in sul far del giorno, su facebook lo pubblicavo.
Qualcun leggea, tanti mi lodaro,
per lo scriver mio che d’amor ragionava
casto o lascivo, innocente o corsaro.
Or che la dipartita mia ognor s’avvicina
e le redini dovrò lasciar del bianco tuo crine,
deh , o cavallino bianco, mostrami la china
da discedere in su per ritornare a prima.
Ma mai più sarà per me come prima
dopo questa esperienza, per me ultraterrena
d’essere sceso agli inferi in Tuscania, e non d’Avernia
nuovo Morfeo dalla pianura campana.
Perso aveo la strada del mio cuor silente
votato a solitudine e di amor carente.
Son meno solo adesso, ma non son morente?
No. Solo il pensiero del Vostro ricordo
mi fa felice e il mio saluto porgo.
SEBASTIANO DEVASTATO