Non un libro sul cancro, almeno non nel senso tradizionale del termine. Non una cronaca clinica, né un memoir costruito attorno alla retorica della “lotta”. Con La cura, uscito il 5 maggio per Einaudi Stile Libero, Concita De Gregorio sceglie una strada diversa: raccontare ciò che accade intorno alla malattia, dentro le relazioni, nei gesti minimi che tengono insieme la vita quando tutto sembra vacillare.
Giornalista tra le più autorevoli del panorama italiano, già direttrice de l’Unità e storica firma di la Repubblica, De Gregorio affida a questo libro il racconto più intimo della sua esperienza, iniziata quattro anni fa con una diagnosi di tumore al seno. Ma il centro della narrazione non è il dolore. Sono le persone.
Una sinfonia di voci
Ci sono i medici e gli infermieri, i compagni di stanza, gli sconosciuti incontrati nei corridoi degli ospedali. Ci sono madri che si preoccupano dei piedi freddi dei figli, uomini esperti della “logistica dell’amore”, sopracciglia tatuate, purè di carote e risate improvvise. Una “sinfonia di voci”, come la definisce l’autrice stessa, che trasforma la fragilità in uno spazio condiviso.
L’incipit del libro è semplice e potentissimo: una donna, in pieno agosto, prepara per i figli una lettera di istruzioni pratiche — persino dove trovare i doposci — senza sapere quando potrà tornare a casa. Da lì prende forma una riflessione che travalica la malattia e diventa discorso politico, umano, collettivo.
La cura come atto politico
Per De Gregorio, la retorica bellica associata al cancro è profondamente sbagliata. Combattere contro la malattia significherebbe combattere contro il proprio stesso corpo; e soprattutto, suggerirebbe che la guarigione dipenda dalla forza individuale, quasi fosse una prova di carattere. La vera battaglia, sostiene invece la scrittrice, è un’altra: quella per la ricerca, per la sanità pubblica, per il diritto universale alla cura.
Ed è proprio la parola cura ad assumere nel libro un significato nuovo. Non solo terapia o medicina, ma relazione, presenza, attenzione reciproca. «Il farmaco più forte che esiste è l’amore», scrive De Gregorio, convinta che le persone disamate guariscano più lentamente.
Una convinzione così profonda da averla spinta, durante le cure, a chiedere ai medici di poter partire per l’Australia per raggiungere il figlio e comunicargli di persona la diagnosi: «Sarò felice — avrebbe detto — e nella felicità i vostri farmaci si muoveranno più lietamente».
Un libro delicato, ma mai indulgente
Con il suo stile limpido, capace di intrecciare cronaca, letteratura e vita vissuta, De Gregorio consegna ai lettori un libro toccante ma mai sentimentale, attraversato da una convinzione semplice e radicale: prendersi cura degli altri è forse l’unico modo autentico per salvare anche sé stessi.
Il messaggio che rimane dopo l’ultima pagina è questo: persino nel buio, la vita continua a chiedere bellezza, leggerezza, presenza umana. «Serve allegria», scrive l’autrice: «il carburante per viaggiare nel dolore».
Autrice Concita De Gregorio
Editore Einaudi
Collana: Einaudi Stile Libero
In commercio dal 5 maggio 2026
Pagine 176 p., Brossura
EAN9788806272555
