L’INTERVISTA. Andrea Iacomini, dai congressi DC alla sofferenza del Centrafrica: ecco chi racconta ciò che non sappiamo

L'intervista al giornalista e portavoce UNICEF Italia durante i "Dialoghi del Pronao" di Sessa Aurunca.

Se si chiede ad Andrea Iacomini qual è il suo primo ricordo in assoluto, risponderà entusiasta che è quello del padre che urla come un ossesso “Zac-ca-gni-ni, Zac-ca-gni-ni!”. Il primo ricordo di Andrea è un affollatissimo congresso DC che eleggeva Benigno Zaccagnini a suo segretario, nel lontano 1975. Un segno del destino, quasi, che la prima impressione di Andrea Iacomini – oggi giornalista professionista e portavoce dell’Unicef Italia – sia stata la kermesse politica per eccellenza, il gotha del machiavellismo più puro trasferito per qualche giorno al PalaEur di Roma. Quel bambino di 5 anni, portato inconsapevolmente ad assistere ad uno degli episodi più importanti della storia politica del nostro paese, cresce e si prepara al meglio per diventare, forse, tra i migliori analisti politici dello stivale. Il Giulio Cesare di Roma (il Liceo di Venditti, per intenderci), la LUISS, prima ancora lo scoutismo e il popolarismo nel sangue. Oggi questo distinto signore, molto elegante e assai apprezzato dal pubblico femminile, premurosissimo con il pargolo al seguito, potrebbe essere uno qualunque di quei giornalisti che in giacca e cravatta stanno a rimuginare, ad analizzare, a cercare le dietrologie di ogni parola, di ogni gesto, persino del caffè espresso o macchiato di qualche politico più o meno alla ribalta. E invece Andrea Iacomini, a discapito della Roma bene dov’è cresciuto e ha studiato, a discapito della facile popolarità, quella saturazione politica che il mondo dell’informazione oggi ci propina la odia. Questo perché la vita, la sua vita professionale, lo ha portato altrove. Andrea è uno di quei giornalisti che, zaino in spalla, partono per l’Africa – con soggiorno in luoghi a malapena pronunciabile – e vanno a documentare tutte le barbarie che accadono lì. , l’avverbio giusto per descrivere quel posto dove per noi – come per i nostri antenati romani – ci sono ancora i leoni. Il posto dove accadono cose che è meglio non conoscere o conoscere in parte, velate da quei mezzi stampa che accontentano la nostra sensibilità di epuloni consumatori. Andrea non ci sta ed è per questo che mette a disposizione la sua passione, le sue capacità professionali per raccontare ciò che ogni giorno avviene in Siria, in Sierra Leone, in Nigeria, in Niger, in Sudan, in Sud Sudan e in tutti i luoghi del mondo dove persistono conflitti e la gente soffre. Andrea Iacomini, il portavoce non solo dell’Unicef, ma di un mondo al contrario, smonta il velo dell’ipocrisia con un’ironia disarmante e sottile. E sono le sue sottigliezze, la sua verve da guascone romano a farmelo amare a prima vista. E’ la passione con cui racconta quel che ha visto. Andrea si è fatto voce di un mondo che per troppo tempo ci siamo rifiutati di guardare, un mondo pieno di crudeltà, di conflitti e di sofferenza. Andrea Iacomini ha aperto la Prima edizione dei “Dialoghi del Pronao” di Sessa Aurunca e mi ha rilasciato l’intervista (una piccola intervista) – fino ad ora – più bella che abbia mai fatto.

Le voglio porre una domanda funzionale a questa intervista. Ma lei quanti viaggi ha fatto? 

Una decina di viaggi, con annessa visita a una trentina di campi profughi. 

Se dovesse quantificare in giorni? 

Circa un centinaio. Le missioni lunghe e importanti, quelle “vere”, le fanno i nostri operatori che vivono e lavorano lì. Io viaggio e poi racconto quel che ho visto. 

Ma la sua è stata un’esperienza senza dubbio sostanziosa e importante. Siccome io mi guardo un po’ intorno e vedo che i ragazzi profughi che arrivano qui sono tutti belli e con spalloni forti, non è che ha trovato qualche palestra ben fornita nell’Africa Centrale? 

(E’ chiaramente una domanda per instaurare un feeling e per rompere il ghiaccio, con un utilizzo sottile dell’ironia applicata a un luogo comune che vedrebbe i migranti africani come novelli body builder. Iacomini, che è del mestiere, capisce subito dove voglio andare a parare e sorride compiaciuto della domanda. Grazie a Dio sono davanti a un professionista serio, che fortuna per un principiante come me.)

Bella domanda (Iacomini ne aveva parlato anche nell’incontro con il Prof. Ianniello, nella Cattedrale ndr). Di palestre non ce ne sono. Quelli sono luoghi dove le ragazze e i ragazzi vengono stuprati e violentati più volte durante il loro cammino. C’è un dato che si conosce poco: in Africa Centro-occidentale ci sono 12 milioni di persone in movimento, tra cui 6 milioni di bambini e ragazzi. Tra l’altro molti di loro non lasciano le proprie case solo per la fame, la povertà e le situazioni legate al disagio sociale, ma anche per dei sanguinosi conflitti familiari. Durante la marcia per arrivare qui subiscono soprusi di ogni genere, ad ogni età. Impiegano un po’ di anni per arrivare qui da “forzuti”, come dici tu.  

E nemmeno quei bei segni che portano addosso sono tatuaggi? 

Sono frustate, gliel’assicuro. 

(Finito il momento surrealtà, provo a ritornare sul dato geopolitico ndr) Quanti stati funzionano oggi in Africa?

Ci sono dei paesi dove ci sono delle crisi politiche evidenti. Un esempio è la Repubblica Centrafricana, o il Sudan. Il Nord-Africa ha paesi con meno problemi con la gestione economica dell’apparato statale, ma gravi carenze sul fattore dei diritti umani. La Nigeria, mi viene ora in mente, è un paese dove esistono forti criticità nel nord-est e dove c’è una difficoltà di gestione di Boko-Haram. Il Sud – Sudan è un paese di recente nascita che vive una situazione di conflitto; un altro paese molto difficile è il Mali.Sicuramente non è facile inquadrare questi fenomeni in termini geopolitici, in termini umanitari posso dire che ci sono gravi mancanze: la malnutrizione, le violenze, le uccisioni e gli abusi di ogni natura. Ragazzine dell’età di mio figlio si trovano sposate e con prole.  

Quali sono le ragioni per cui questi stati si trovano in situazioni così gravi? Avevano ragione i colonialisti quando dicevano che non sanno governarsi e hanno bisogno di civiltà?

Si mischiano delle complessità sociali con degli eventi accaduti in passati. Dietro c’è anche una cattiva gestione dei soldi che sono arrivati. Sicuramente la ragione non è quella che adduceva il colonialismo, anzi, proprio lo sfruttamento ha causato in gran parte tutto questo. L’aiuto deve essere investito in formazione e culturale. Quei soldi che arrivavano a cascata in passato sono stati investiti male e solo nel risanamento di situazioni pregresse, mai nell’ ”empowerment” delle nuove generazioni.

Un’ultima domanda e la libero: Perchè l’Italia – il paese che si affaccia per primo al Mediterraneo, il “dirimpettaio” dell’Africa – si occupa di Libia? Da 100 anni a questa parte ci occupiamo praticamente solo di Libia…

L’Italia ha interessi forti, l’ENI, altre aziende…

La interrompo subito e termino la domanda. Perchè sembra che la politica sia attenta solo alle questioni della Libia, tanto da richiedere la presenza di un Presidente del Consiglio in Parlamento al question time? Perchè tutti si fermano solo al problema Libia e riescono a vedere solo questo grande “smistatore” di persone che arrivano da tutte le zone di guerra dell’Africa?

Un luogo dove esistono gravi problemi di diritti umani – mi incalza Iacomini – e che qualcuno ha definito anche porto sicuro.

E allora perchè gli abbiamo venduto le motovedette? Perchè abbiamo taciuto davanti alla creazione di quei “lager”?

Noi (l’Unicef ndr) dei lager ne abbiamo parlato già qualche anno fa. Abbiamo denunciato la presenza di undici lager quando c’era un silenzio generale. Questa è una domanda che lei deve girare alla politica, io da portavoce ONU le posso dire che siamo molto preoccupati dall’escalation non solo delle carenze umanitarie, ma dell’incapacità di alcuni paesi di risolvere pacificamente la situazione.

In primis Francia e Italia. 

In primis chi ha interessi, poi faccia lei.