Il recente episodio che ha coinvolto Donald Trump e Giorgia Meloni nel contesto del G7, tra dichiarazioni e botta e risposta, è stato letto da molti come una delle tante manifestazioni della spettacolarizzazione della politica contemporanea. Eppure, al di là delle inevitabili polemiche legate alla cronaca e delle differenti letture che ne sono state date, l’episodio appare interessante soprattutto perché offre l’occasione per riflettere su una trasformazione più ampia che riguarda il rapporto tra sfera pubblica e sfera privata e che, progressivamente, sembra incidere non soltanto sulle forme della politica, ma anche sul modo in cui i cittadini percepiscono le istituzioni e costruiscono le proprie relazioni sociali. Per lungo tempo la distinzione tra pubblico e privato ha costituito uno dei fondamenti dell’organizzazione politica moderna. La dimensione pubblica rappresentava il luogo della rappresentanza, delle regole condivise e dell’azione istituzionale, mentre il privato coincideva con la sfera degli affetti, delle relazioni personali e delle esperienze individuali. La politica, almeno nella sua formulazione ideale, non coincideva con l’identità psicologica del governante né con la sua esposizione mediatica, ma si configurava come esercizio di mediazione e come capacità di dare forma a un ordine comune. Nella contemporaneità, tuttavia, questa distinzione sembra essersi progressivamente attenuata. La politica appare sempre più attraversata da un processo di personalizzazione che tende a spostare l’attenzione dai programmi, dalle visioni e dalle appartenenze ideali verso gli stili comunicativi, le narrazioni individuali e gli aspetti emotivi. Il leader non viene più osservato esclusivamente come rappresentante di un’istituzione, ma viene percepito come una figura che il cittadino ritiene di conoscere direttamente, quasi fosse parte di una relazione personale. Già alcuni decenni fa Richard Sennett parlava di una progressiva “tirannia dell’intimità”, indicando con questa espressione la tendenza delle società contemporanee a sostituire il giudizio politico con categorie prevalentemente psicologiche o emotive. Si finisce così per domandarsi non soltanto se un leader governi efficacemente, ma anche se appaia autentico, spontaneo, vicino alla sensibilità comune. In questo senso episodi come quello sviluppatosi intorno al G7 assumono un significato che va oltre la singola vicenda. Non risulta decisivo stabilire chi abbia avuto ragione o torto nel merito delle dichiarazioni o delle successive precisazioni; ciò che appare significativo riguarda piuttosto il modo in cui il rapporto politico viene rappresentato e recepito. Amicizie, simpatie personali, affinità caratteriali e tensioni individuali sembrano ormai occupare uno spazio crescente nella narrazione pubblica, fino al punto che la politica finisce spesso per assumere il linguaggio delle relazioni private. A ben vedere, una riflessione di questo tipo possiede radici molto più antiche. Nel pensiero classico il politico non coincideva semplicemente con chi detiene il potere. In Platone, soprattutto nella Repubblica e nel Politico, governare significava possedere una competenza ordinatrice, una forma di sapere capace di armonizzare le differenti componenti della città secondo il criterio del bene comune. La polis non era considerata il prolungamento della personalità del governante, ma una realtà che lo trascendeva e che richiedeva misura, equilibrio e orientamento verso fini condivisi. Anche Aristotele, nella Politica, definendo l’uomo zoon politikon, riconosceva nella dimensione comunitaria la piena realizzazione dell’esistenza umana. La città nasce certamente per soddisfare esigenze materiali, ma continua a esistere affinché gli uomini possano vivere bene. Per questa ragione il politico non si esaurisce nella tecnica del consenso né nella gestione delle emozioni collettive, ma consiste nella costruzione di uno spazio comune all’interno del quale gli individui possano riconoscersi come membri di una comunità. La distanza rispetto ad alcune dinamiche contemporanee appare, sotto questo aspetto, particolarmente significativa. Se nella tradizione classica il politico era ciò che oltrepassava il singolo individuo, oggi sembra emergere una tendenza inversa attraverso la quale la sfera pubblica tende progressivamente a identificarsi con la biografia personale, con lo stile comunicativo e persino con gli aspetti più privati del leader. Non si tratta di un fenomeno privo di conseguenze, perché ogni trasformazione del politico produce inevitabilmente effetti antropologici profondi, poiché le istituzioni non esistono come strutture astratte, ma vivono nella misura in cui vengono riconosciute e interiorizzate dai cittadini. Se il potere viene percepito sempre meno come funzione impersonale e sempre più come proiezione di personalità individuali, muta inevitabilmente anche il rapporto tra la società e le istituzioni stesse. In Economia e società, Max Weber aveva osservato che la forza del potere moderno risiede nella credibilità delle procedure e nella razionalità delle strutture. Quando però la fiducia tende a spostarsi dalle istituzioni alle figure individuali, si produce una trasformazione che riguarda il modo stesso di vivere la cittadinanza, poiché il cittadino rischia progressivamente di diventare spettatore o tifoso piuttosto che soggetto attivo di una comunità politica. Anche i rapporti tra gli individui finiscono così per modificarsi. Se il dibattito pubblico perde progressivamente il carattere di spazio comune, esso tende a trasformarsi in una contrapposizione identitaria nella quale l’appartenenza prevale sul confronto e il dissenso assume spesso la forma di un conflitto personale. Hannah Arendt -in Vita Activa-osservava che la politica nasce nello spazio che si crea tra gli uomini e che proprio nella pluralità trova la propria condizione fondamentale. Quando questo spazio si restringe, la società corre il rischio di frammentarsi in gruppi che non cercano più un terreno condiviso, ma si limitano a confermare le proprie appartenenze. La questione centrale, quindi, non riguarda Trump o Meloni in quanto individui. Essi rappresentano piuttosto il sintomo di una trasformazione più vasta che attraversa le democrazie contemporanee e che i social network hanno certamente accelerato, cancellando molti confini tra pubblico e privato e trasformando ogni gesto politico in un evento comunicativo permanente. Il rischio più profondo non consiste soltanto nella spettacolarizzazione della politica, ma riguarda soprattutto la possibilità di dimenticare che le istituzioni non esistono per sostituire i rapporti personali, ma per renderli possibili all’interno di un ordine condiviso. Quando la politica si riduce esclusivamente a emozione, immedesimazione o racconto individuale, si indebolisce progressivamente anche la capacità dei cittadini di pensarsi come parte di una comunità. La sfida del nostro tempo consiste proprio nel recuperare un equilibrio che permetta di riconoscere l’importanza delle persone senza ridurre tutto alle persone e ai loro narcisismi, di valorizzare la comunicazione senza trasformare le istituzioni in un palcoscenico permanente e di ritrovare quella distanza che, lungi dall’allontanare i cittadini dalla politica, finisce per costituire una delle condizioni essenziali della sua credibilità.