Circoscrivere subito i settori di falda degradati  e bonificarli: nella piana campana ritardi e comunicazione insufficiente

Nel mese di aprile l’Unione europea ha adottato la Direttiva 2026/805, il più incisivo aggiornamento del sistema europeo di tutela delle acque degli ultimi vent’anni. Essa  aggiorna radicalmente l’elenco degli inquinanti monitorati nell’acqua superficiale e sotterranea.Il provvedimento interviene su tre pilastri del diritto ambientale dell’Unione — la direttiva quadro acque 2000/60/CE, la direttiva sulle acque sotterranee 2006/118/CE e la direttiva sugli standard di qualità ambientale 2008/105/CE – riscrivendo in misura sostanziale l’elenco delle sostanze prioritarie, i valori limite di riferimento e le procedure di monitoraggio e rendicontazione. Sempre ad aprile e’ stato pubblicato il nuovo Rapporto ISPRA sullo stato delle acque in Italia, che offre una fotografia aggiornata delle condizioni dei corpi idrici nazionali, delle pressioni e delle reali possibilità di raggiungere gli obiettivi ambientali europei entro il 2027. Le previsioni del Rapporto indicano miglioramenti medi importanti, ma non sufficienti a raggiungere pienamente gli obiettivi europei fissati dalla Direttiva Quadro Acque europea (2000/60/CE).

In particolare si desume un Paese a due velocità, con dati diffusamente eterogenei. Per le acque superficiali solo il 43,6% ha raggiunto uno stato ecologico “buono o superiore”. Questo significa che oltre la metà delle nostre acque interne e costiere soffre ancora per l’impatto umano e industriale. Le Acque Sotterranee sono le più resistenti: quasi l’80% è in uno stato quantitativo buono anche se la qualità chimica scende al 70% a causa di contaminanti esterni.

Il miglioramento rilevato non avviene con la velocità necessaria per riportare tutti i sistemi idrici in condizioni di equilibrio. In particolare, lo stato ecologico resta la criticità principale; i nitrati continuano a pesare sulle falde; l’agricoltura è la pressione dominante. Questi risultati mostrano che la questione idrica non è un problema solo ambientale, ma strutturale, che dipende da come si usa il suolo, come si produce (agricoltura, industria), come si pianifica il territorio.

Il modello One Health e i dati che preoccupano

Il 5 giugno 2026 presso l’Auditorium dell’Ordine dei Medici di Napoli nell’incontro “One Health: danno ambientale e impatto sulla salute umana”  il direttore tecnico Arpac dott. Claudio Marro ha relazionato   sui principali fattori in grado di influenzare la qualità delle matrici ambientali matrici aria, acque sotterranee, con riferimento alla problematica Tetracloroetilene (PCE), suoli agricoli nei 90 comuni della Terra dei Fuochi.

Da quanto presentato dal direttore Marro, il 6% della popolazione campana è esposto ad una concentrazione media annua di PM10 tra i 30 ed i 40 µg/m3. Se e’ vero che il valore limite giornaliero e’ 45 µg/m3 da non superare più di 18 volte in un anno, e’ anche vero che una direttiva della Commissione europea (2024/2881/CE) prevede come limite da raggiungere entro il 1 gennaio 2030 quello di 20 µg/m3 e l’OMS individua come limite inferiore di esposizione media annuale il valore di 15 µg/m³ (“Air quality guideline level” o “livello di riferimento”). Se i nuovi parametri fossero già in vigore oggi, sarebbe fuorilegge il 74% delle città campane monitorate per il PM10, il 95% per il PM2.5.

Per quanto riguarda la matrice acqua, l’86% dei corpi idrici della regione gode di uno stato di qualità “Buono”. Per il restante 14% si registrano contaminazioni da Tetracloroetilene (PCE), un inquinante legato alle attività industriali, e da nitrati, dovuti prevalentemente all’agricoltura e agli allevamenti. Tuttavia se rintracciamo dal web informazioni sui rapporti ambientali Arpac riusciamo a disporre di una pubblicazione del 2025 sul sito snpambiente.it che è riferita all’anno 2024 dove per lo stato chimico delle acque sotterranee si dichiara che “l’aggiornamento degli indicatori per il periodo 2021/2026 sarà costituito da una completa rielaborazione dei dati” e quindi rinviato e per lo stato ecologico dei fiumi quali acque superficiali si ricava una sommatoria di stato inferiore a “buono” (stato da raggiungere secondo normativa) per il 50% dei corpi idrici.

Il grave problema dell’inquinamento da PCE in Campania

Sul tema importante della presenza dell’inquinante PCE (tetracloroetilene) nelle acque sotterranee, ricordiamo che a maggio uno  studio dell’Università Federico II di Napoli , notificato alla Regione fin dal 20 febbraio, ha riportato alla ribalta (la U.S. Navy lo aveva già rilevato tra il 2008 e il 2011 disponendo per i propri reparti misure straordinarie fino al trasferimento dei militari dalle abitazioni interessate) i superamenti dei limiti di legge per sostanze cancerogene come TCE (tricloroetilene) e PCE  in tutte le province campane, tranne quella beneventana. Il tricloroetilene è classificato come cancerogeno di gruppo 1 dall’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC), ossia come sostanza sicuramente cancerogena per l’uomo ed è associato a patologie gravi tra cui il cancro alla vescica e al sistema linfatico.

I  valori fuori norma hanno  interessato la Terra dei Fuochi: Villa Literno, Aversa, Casal di Principe, Casapesenna, Castel Volturno, Succivo, poi Acerra, Giugliano, Boscoreale, Striano, Montoro, Scafati, Angri e Sarno. In particolare i superamenti a Villa Literno sono stati trovati più volte tra il 2023 e il 2025, non solo in pozzi privati, ma anche in pozzi prossimi a siti pubblici: ufficio anagrafe, stadio comunale, cimitero, scuola Don Lorenzo Milani e comando dei carabinieri. La Regione Campania ha prontamente allestito  secondo quel Programma previsto e sottoscritto con la delibera di giunta regionale n. 180 del 2019,  un tavolo tecnico-istituzionale con Università degli studi di Napoli “Federico II”, l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Mezzogiorno, l’Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale della Campania e l’Istituto Pascale.  All’incontro del  12 maggio, presieduto dall’assessora all’Ambiente della Regione Campania, Claudia Pecoraro, hanno partecipato i vertici delle direzioni regionali coinvolte, i direttori delle Aziende Sanitarie Locali, i rappresentanti dell’ARPAC . Tra le misure concordate: la creazione di una piattaforma digitale per garantire la trasparenza dei dati e “rendere le informazioni del monitoraggio ambientale e sanitario consultabili in modo chiaro e trasparente”, interventi sui pozzi inquinati con procedure di messa in sicurezza,  bonifica, indagine sulle cause dell’inquinamento, “spesso riconducibili a sversamenti illegali per aumentare controlli”, rafforzamento degli screening sanitari.

Il sindaco Valerio Di Fraia di Villa Literno, intervistato, ci spiega come, in modo accurato e nell’immediato, abbia proceduto autonomamente, dopo la notizia dell’inquinamento da PCE,  a fare analisi su altri 50 siti sensibili non rilevando preoccupazioni di superamento delle concentrazioni soglia all’interno dei siti pubblici di allerta. Il sindaco ci ha reso noto che è venuto a conoscenza degli esiti dello studio triennale della Federico II attraverso le agenzie di stampa. Cosa che riteniamo abbastanza insolita. Inoltre ha riferito di una sua immediata richiesta di incontro urgente al Presidente Roberto Fico in data 8 maggio “per poter discutere della problematica e concordare le attività da farsi”, ricevendo in risposta l’11 maggio dall’assessora Claudia Pecoraro una indisponibilità motivata dalla seguente attestazione in merito alla “possibile contaminazione delle acque sotterranee”:”Allo stato attuale, non emergono condizioni tali da configurare situazioni di rischio per la salute pubblica; la situazione risulta comunque costantemente monitorata dalle Autorità competenti, al fine di garantire il massimo livello di tutela del territorio e della cittadinanza”. L’aggettivo “possibile” associato a contaminazione ci appare, nel caso trattato,  sostanzialmente improprio considerata l’indiscutibile competenza degli artefici dello studio universitario nel fornire un report dettagliato alle autorità regionali e contestualmente indicando, nella nota inviata il 20 febbraio scorso,  “la necessità di intraprendere azioni immediate di sanità pubblica nelle aree interessate”.

 E in quanto al monitoraggio costante e rassicurante, abbiamo raggiunto al telefono il dott. Giancarlo Ricciardelli, responsabile del Dipartimento di Prevenzione dell’Asl Caserta, il 4 giugno. Il dott. Ricciardelli ha dichiarato che le direttive ricevute per conto della Regione, nella sostanza, non hanno materialmente prodotto ancora le azioni previste, per la difficoltà anche di reperire risorse finanziarie.

Intanto appare preoccupante il ritardo nel mettere in atto i piani di monitoraggio e di controllo sulle fonti dell’inquinamento. A Montoro (Avellino) dove si sono riscontrate concentrazioni di Pce superiori di 30 volte quella limite secondo lo studio universitario , la consigliera comunale M5S Anna Ansalone ha denunciato la colpevole inerzia della Regione ritenendo necessario intervenire subito sulle aree di accumulo del solvente clorurato presenti da anni nell’acquifero (dal 2007), riducendo il rischio ambientale e sanitario con opere concrete e immediate.

A tutt’oggi non ci sono notizie riguardo alla bonifica dei siti o pozzi rilevati, con gravi conseguenze in quanto le acque dei pozzi potrebbero essere quotidianamente utilizzate dagli abitanti della zona, anche a causa della scarsa informazione sul tema. Sarebbe atteso un piano di comunicazione adeguato per conoscere quali tempistiche siano richieste da quelli che dovrebbero ascriversi nell’elenco dei siti orfani ai sensi dell’articolo 2 del DM 269/2020 (“sito orfano”, area potenzialmente contaminata per la quale il responsabile dell’inquinamento non è individuabile e l’onere degli interventi sostitutivi di bonifica, messa in sicurezza e ripristino ambientale è in carico alla pubblica amministrazione).

Il Gruppo di lavoro interdirezionale alla Regione sull’ inquinamento diffuso e la comunicazione che manca

La vigente normativa nazionale prevede che le Regioni si dotino di appositi Piani per la gestione dei casi riconducibili all’inquinamento diffuso. Nel 2020 alla Regione e’ stato nominato con decreto del presidente un Gruppo di Lavoro interdirezionale “Inquinamento Diffuso” , finalizzato alla gestione delle differenti problematiche connesse all’inquinamento diffuso, di cui all’art. 239 comma 3, del D.Lgs. 152/2006, composto da rappresentanti delle DD.GG.: Tutela della Salute e Coordinamento del Sistema Regionale, per le Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, per il Governo del Territorio, Ciclo Integrato delle Acque e dei Rifiuti, Valutazioni ed Autorizzazioni Ambientali e di ARPA Campania. Secondo il Protocollo Operativo elaborato dal Gdl per la gestione dei casi di inquinamento diffuso e’ definita una modalità standardizzata per l’elaborazione del piano di intervento, come nel caso qui trattato del PCE nelle province campane, con opportune procedure e un cronoprogramma che prescrivono “specifiche reti di monitoraggio delle matrici ambientali impattate” per una Analisi del rischio, specifica per il plume (porzione di falda acquifera) di contaminazione rilevato. L’azione istituzionale promuove dunque misure immediate e concrete, a partire dalla trasparenza dei dati e dalla comunicazione tempestiva ai cittadini. “Il GdL invia il piano di Gestione proposto alla Regione Campania ai fini della relativa approvazione della programmazione economico-finanziaria per la copertura dei relativi costi. Gli interventi sono autorizzati e finanziati con provvedimento amministrativo dalla DG Difesa del Suolo e per l’Ecosistema. La Regione elabora un Piano di comunicazione che affiancherà tutte le fasi del Protocollo Operativo, garantendo la diffusione delle informazioni e un adeguato grado di coinvolgimento della popolazione”.

Nel caso dell’inquinamento da PCE delle falde in Campania, la Regione ha imposto un termine di 45 giorni (o comunque un’azione urgente) alle ASL e all’ARPAC per avviare verifiche integrate e mappare il rischio sanitario nei territori colpiti. “La localizzazione dei superamenti in un’area agricola e fortemente antropizzata impone verifiche specifiche sugli usi irrigui, sull’esposizione indiretta e sulle possibili interferenze con la filiera agroalimentare” scrive la Regione Campania alle Asl. “La contaminazione – viene sottolineato – può determinare esposizioni dirette per usi domestici non controllati, esposizioni indirette attraverso la catena alimentare, nonché possibili effetti sugli ecosistemi, anche con fenomeni di bioaccumulo”.

La relazione d’inchiesta su “Terra dei fuochi: evoluzione delle rotte criminali dei rifiuti e criticità emergenti della matrice acqua” curata dalla Commissione parlamentare sulle ecomafie  sarà presentata il prossimo 25 giugno a Casal di Principe. La Commissione ha ricordato come la contaminazione delle acque sotterranee assume “rilevanza sotto il profilo sanitario, ambientale e della sicurezza delle filiere produttive” e può  determinare “esposizioni dirette per usi domestici non controllati” o “esposizioni indirette attraverso la catena alimentare”.

Il Progetto Plumes nella provincia bresciana:un esempio di intervento

Nella provincia bresciana un avanzato modello delle attività di monitoraggio dei siti inquinati ha permesso all’Arpa Lombardia una definizione dei plumes di contaminazione e la ricerca dei focolai ancora attivi nel corso del Progetto Plumes, che ha richiesto fasi accurate di organizzazione. Una raccolta di numerosi dati ha fornito una fotografia più rappresentativa dei fenomeni in atto e l’evoluzione degli stessi. Nelle conclusioni si indicano misure utili di intervento dopo adeguato studio di affinamento con risorse finanziarie definite. “Sarebbe necessario – leggiamo nella relazione –  provvedere a prescrivere in ambito AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) a tutti i soggetti titolari di autorizzazione e potenzialmente in grado di contaminare le acque sotterranee l’installazione di piezometri di monitoraggio con l’esecuzione di sessioni annuali di monitoraggio delle acque stesse, sia come misura di autotutela nei confronti di inquinamenti storici, sia come forma di auto-controllo di potenziale impatto (tale principio è per altro ormai entrato nella norma nazionale, D.lgs. 152/2006 art. 29 sexies, punto 6 bis).

Inoltre risulta fondamentale eseguire un aggiornamento dei siti potenzialmente critici – continua la relazione – tramite la consultazione e l’analisi puntuale delle autorizzazioni ambientali ad ogni titolo rilasciate in tutta la valle Trompia (area risultata con maggiori criticità di inquinanti nelle acque sotterranee, ndr), grazie alle quali è possibile effettuare una ricognizione dei processi produttivi attivi e storici, con riferimento all’utilizzo di composti alifatici clorurati, cromo VI ed altri composti potenzialmente utili ad identificare le potenziali sorgenti di contaminazione in maniera più puntuale”.

A proposito di autorizzazioni ambientali, e’ il caso di ricordare che e’ l’ente Provincia ad essere coinvolto con il Comune nel rilascio alle imprese La Provincia di Caserta nella vicenda inquinamento falde e’ del tutto assente.

Al di là dei tavoli tecnici e degli approfondimenti richiesti in regione Campania, resta, come ha sostenuto il sindaco Di Fraia, l’urgenza di una mappatura della rete di approvigionamento e dei pozzi, abusivi e non, e di soluzioni concrete a tutela dei cittadini a cui va garantita trasparenza e accesso ai dati.