I briganti . La reazione borbonica all’invasione tosco – padana.
Di Fiore Marro
Caserta 10 ottobre 2018
Una volta compiuto l’assalto al regno delle Due Sicilie e entra in scena il regno d’Italia, inizia una nuova e difficile fase per il Sud. L’annientamento del Regno borbonico spinge in un’arretratezza e in uno squilibrio sociale che rispecchia ancora oggi i problemi del mezzogiorno, rispetto al resto d’Italia, a partire già da alcuni provvedimenti messi in opera dal governo sabaudo. La tassa sul macinato e l’obbligo del servizio di leva, spingendo la popolazione a una reazione che poi la storiografia di regime ha bollato con il marchio infame del cosiddetto brigantaggio.
Braccianti senza più un lavoro, soldati sbandati del disciolto esercito borbonico, garibaldini pentiti ( i pentiti non mancano mai), si unirono e posero le basi per la nascita di questa specie di nuova insorgenza,fenomeno appunto riconosciuto come brigantaggio, che imperversò per l’intero territorio del sud, con punte estreme di rivolta che cominciò a spegnersi attorno al 1865.
Una ribellione popolare, di contadini, ex garibaldini e individui rimasti fedeli al vecchio regime, si opposero allo stato savojardo, rispondendo alle sue mancanze e alle sue violenze con uguale moneta, colpo su colpo.
Occupando le proprietà dei possidenti perlopiù collaborazionisti con il nuovo regime, sequestrando politici locali, tutti filo piemontesi, assaltando le fattorie dei vari proprietari liberali, devastando e uccidendo; mettevano a ferro e fuoco palazzi borghesi, incendiavano archivi comunali per distruggere documenti fiscali e di leva aprivano quando potevano le carceri, lottavano contro i nemici Cavour e il re Vittorio Emanuele e per questi fatti erano chiamati “eroi”, e adorati dalle folle. Erano uomini con una forte tempra e di grande carisma, nell’affrontare le imprese reazionarie e le loro reazioni alla legalità erano ammirate da tutti, la continua latitanza, il continuo vagare di notte da paese a paese, l’uso di tattiche militari di vera guerriglia, per tener testa ad un esercito formato da migliaia di uomini armati fino ai denti.
Tutto ciò spinse il governo a attuare una repressione spietata, spingendo i nostri a intraprendere una vera e propria guerriglia, che spinse Torino a inviare nelle nostre contrade 116.000 uomini, nel tentativo di reprimere il brigantaggio, l’autorità militare sostituì quella civile e si ebbero massacri, uccisioni, fucilazioni e indiscriminate, rappresaglie anche verso il popolo.
La meticolosa conoscenza del territorio, da parte dei briganti, era di una preziosa validità, per resistere agli assalti e alle tattiche militari conosciuti e messi in campo, sia da loro, sia dai soldati, grazie a queste conoscenze, i briganti costringevano la cavalleria sabauda a impegnarsi in lunghi scontri frontali, dall’esito spesso incerto. La Puglia era uno dei luoghi più frequentati dai briganti, il Tarantino e la Capitanata, ospitavano numerose bande di briganti, da non dimenticare il bosco delle Pianelle nei pressi di Martina Franca, rifugio del “Sergente Romano” un ex Sergente dell’esercito borbonico, il luogo dove aveva domicilio era una grotta nella gravina detta del Vuoto che attualmente porta il suo nome.
Mentre in Provincia di Taranto, operava un bandito dallo strano nome Pizzichicchio, questo nome è legato alla storia di un bottino nascosto nelle campagne tra Martina Franca e San Marzano e mai ritrovato. Corre voce che Musulino, questo il suo vero nome di Pizzichicchio, braccato dalla Guardia Regia, e sentendosi vicino alla cattura o alla morte, si presentò dal suo amico di nome Martino Savino il quale lo aveva aiutato a nascondersi e gli aveva dato riparo diverse volte e gli consegnò una cassa colma di oro e denaro dicendogli che in caso di cattura la cassa sarebbe diventata sua a tutti gli effetti, l’amico Savino conoscendo la provenienza di quella inaspettata ricchezza rifiutò l’offerta, il brigante allontanandosi disse a Savino che avrebbe sepolto il tesoro sotto un albero d’un ulivo,che lui già conosceva, quindi a lui ben noto. In realtà il tesoro non fu mai trovato. Un altro brigante che non fu sconfitto dalla legge, ma dai due amici, i più fidati, a causa di una donna, Lui Francesco Monaco, aveva deciso di “rapire” una bella contadina,una sua compaesana, ma in una tarantella la donna confidò a uno spasimante che lei lo avrebbe seguito solo per carpirgli tutto il denaro. Durante una festa la donna fu in primo piano di tutti i briganti, che con violenza cercarono di ottenere i suoi favori, saputo questo fatto Francesco Monaco in preda alla gelosia, cacciando dalla tenuta tutti i suoi ex fedeli disarmandoli, allora tutti decisero di tradire Monaco gli tesero un agguato e lo uccisero miseramente. In questo mio dire non possiamo dimenticare l’avventura del brigante Papa Ciro, leggendaria la sua storia: Ciro Annichiarico, Presbitero e nel contempo un vero brigante, non si hanno notizie della sua vita da religioso, eccetto che fu prete a Grottaglie, dopo essere stato incolpato di un omicidio, si dice per rivalità d’amore, per una donna scoppiata tra don Ciro e Don Giuseppe Motolese di Grottaglie, quest’ultimo, figlio della ricca borghesia del paese. Entrambi innamorati di una certa Antonia. Don Ciro dopo l’omicidio, si dette alla macchia per sottrarsi all’arresto, braccato dai gendarmi, raccolse intorno a sé una folta banda di briganti con i quali fondarono la setta dei “Decisi”, dandosi al brigantaggio e spadroneggiando per circa quindici anni in tutto il territorio di Francavilla d’Otranto, adesso Francavilla Fontana.
Don Ciro tentò ancora di resistere, costretto alla resa dei conti, fu poi fucilato nella Piazza di Francavilla d’Otranto, durante il pubblico interrogatorio, ammise di essere l’autore materiale di ben settanta omicidi.
Dall’elenco viene fuori il nome del brigante Cosimo Mazzeo, detto “Pizzichicchio” nato a San Marzano nel 1837, fu uno dei signori più temuti e importanti del brigantaggio meridionale. Capo incontrastato di una vasta zona del tarantino. Era circondato da un gruppo di circa cinquanta fedelissimi uomini. La banda Pizzichicchio, era idolatrata dai contadini poveri, ma molto temuta dai possidenti, aiutava gli oppressi e gli sfruttati, dando loro una dignità di uomini. Collaborò con il Sergente Romano alla presa dei comuni di Erchie, Carovigno e Cellino San Marco. Aveva un rapporto carnale, con una massara di Martina Franca, la bella e florida Addolorata, il 3 gennaio del 1864 con il verdetto di morte emesso dal Tribunale Militare si chiuse anche la sua storia, con la fucilazione, in pubblica piazza di Potenza.
Anche dopo la soluzione dei briganti, del 1865, restarono e ancora oggi restano, molti problemi, che all’epoca avevano generato quel fenomeno, nato non per vocazione naturale della nostra gente ma in risposta alla violenza causata dai padroni del nord. A distanza di 157 anni nulla è cambiato, tranne che una riscoperta identitaria che cresce consapevolmente sempre di più.
