L’ Alcesti interpretata da Massimo Cacciari

Massimo Cacciari e Roberto Esposito moderati da Roberto Fai

Al Teatro Greco di Siracusa, l’Alcesti di Euripide, diretta da Filippo Dini, si trasforma in una  parabola contemporanea sul sacrificio e sulla crisi morale del presente. In una scenografia lussuosa e decadente di Gregorio Zurla, tra piscine, palestra e atmosfere da élite corrotta, si muove un Admeto incapace di affrontare la morte senza chiedere alla moglie Alcesti di sostituirlo. L’allestimento alterna registri tragici e comici, secondo la natura euripidea del testo, con un Thanatos grottesco e un Eracle dialettale interpretato da Denis Fasolo. Suggestive le musiche dal vivo di Paolo Fresu, capaci di trasformare la tragedia in un intenso rito sonoro. Centrale la figura di Alcesti, interpretata da Deniz Ozdogan, simbolo di un amore assoluto, ma anche di una dolorosa rinuncia a sé stessa. Prima della messa in scena della tragedia il prof. Massimo Cacciari su invito di Roberto Fai, presso il museo archeologico Paolo Orsi, ha prima presentato insieme al coautore Roberto Esposito Kaos, per poi parlare dell’Alcesti di Euripide. Della sua lezione chi scrive offre qui un resoconto.
Nel leggere l’Alcesti, Massimo Cacciari fa emergere immediatamente come il dramma di Euripide non possa essere ridotto a una semplice tragedia del sacrificio coniugale. Tutti i personaggi agiscono infatti secondo una misura estrema della propria virtù, secondo una radicalità che li pone oltre l’ordinario nómos della pólis. Per questo Cacciari insiste sul carattere non patetico di Alcesti, ella non è una vittima, non è una creatura piegata dal destino, ma una figura pienamente consapevole del proprio valore e della necessità interiore del proprio gesto. Platone nel Simposio interpreta Alcesti come simbolo di Érōs, lodandola perché disposta a morire per l’amato, mentre condanna Orfeo, incapace di affrontare realmente la morte e desideroso soltanto di aggirarla. Tuttavia, secondo Cacciari, la categoria decisiva dell’Alcesti non è tanto l’Érōs, quanto piuttosto la Philía. Certamente la dimensione erotica non è assente, ma viene trasfigurata e sublimata sino ad assumere un significato ontologico. Alcesti è inseparabile dal proprio oîkos, dal legame che la unisce alla casa, alla stirpe, al marito, ai figli. La sua decisione di morire non deriva da un ideale astratto né dall’attesa di una ricompensa ultraterrena — che nel dramma non esiste — ma dalla necessità assoluta del suo stesso carattere. Alcesti non è stanca della vita, al contrario ama profondamente il proprio stato regale, la luce dell’esistenza, la ricchezza della propria condizione. Proprio per questo il suo sacrificio acquista una grandezza ancora più radicale.
La philía di Alcesti è smisurata, ma altrettanto smisurata è quella di Admeto. Sarebbe un errore infatti interpretare Admeto come figura moralmente inferiore alla moglie. La grandezza di Alcesti è possibile solo perché Admeto stesso è un uomo eccellente, un áristos. Il tratto essenziale della sua virtù è l’ospitalità, egli accoglie Eracle nella propria casa persino nel momento del lutto, nascondendogli la morte imminente della moglie per non violare il dovere sacro della xenía. Il coro stesso lo loda come uomo ospitalissimo, riconoscendo in questa qualità un tratto fondamentale dell’aretḗ. Tutti i personaggi del dramma sono consapevoli del proprio valore e lo vivono sino all’eccesso. La philía di Alcesti e l’ospitalità di Admeto appartengono alla stessa logica della smisuratezza virtuosa. Per questo il coro dei vecchi di Fere non si limita a piangere disperatamente la sorte di Alcesti. Certo, essi percepiscono l’avanzare inesorabile della morte, il carattere apparentemente irrevocabile della separazione tra essere e non essere. Eppure, nel cuore stesso della disperazione, nasce un’impossibile speranza nel figlio di Apollo che potrebbe salvarla, ovviamente si tratta dell’Apollo guaritore e non di quello distruttore. Ciò che appare senza via d’uscita deve comunque essere cercato, anche ciò che sembra impossibile esige un póros, un passaggio, una via. Qui il dramma tocca un punto decisivo. È davvero legge del reale, è davvero nómos, che essere e non essere rimangano assolutamente separati?
L’intera tragedia si svolge infatti su una soglia. Anche Admeto resta sospeso tra vita e morte, tra maschile e femminile, quando promette che dopo la morte di Alcesti egli stesso farà da madre ai figli. Allo stesso modo Alcesti, prima di morire, chiede al marito di non tradirla, di non introdurre un’altra donna nella casa. Ella crea con il proprio sacrificio un vincolo indistruttibile, così come ha oltrepassato ogni nómos sacrificandosi volontariamente, anche Admeto dovrà vivere nel segno di quella fedeltà assoluta. Il dramma nasce precisamente da questa promessa, dalla maledizione implicita che colpirebbe chi osasse spezzare tale legame.
In questo senso Alcesti appare persino più radicale dell’eroe celebrato da Pericle nell’epitaffio tucidideo. Il vero áristos è colui che sa morire per chi ama, mentre la figura opposta è rappresentata dai genitori di Admeto, incapaci di sacrificarsi per il figlio, attaccati banalmente alla propria esistenza. Essi non violano alcuna legge della pólis, nessun nómos obbliga infatti a morire per un altro. E tuttavia proprio questa adesione ordinaria alla vita rivela la loro kakía, la mediocrità di chi ama soltanto se stesso. In tal senso, Alcesti contraddice l’uomo della pólis ancora più radicalmente di Antigone. Se Antigone agisce in nome di una legge divina superiore a quella della città, Alcesti va oltre ogni opposizione tra leggi. Il suo gesto nasce da una necessità interiore, da una anánkē totalmente soggettivata.
Ed è proprio qui che, secondo Cacciari, si manifesta la modernità di Euripide. L’anánkē non appare più come destino esterno imposto dagli dèi, ma come necessità che scaturisce dall’interiorità stessa del personaggio. Alcesti non avrebbe potuto agire diversamente, perché la sua decisione coincide perfettamente con ciò che ella è. La necessità si interiorizza e diventa carattere. Ma proprio quando il dramma sembra trasformarsi in un inno assoluto alla necessità interviene l’imprevedibile e l’insperato. Admeto ha accolto Eracle oltre ogni misura del nómos ospitale, per questo Eracle affronta Thanatos e strappa Alcesti alla morte. L’impossibile accade realmente. La tragedia mostra allora che il reale non coincide mai interamente con ciò che appare necessario. Là dove tutto sembrava compiuto irrevocabilmente si apre uno spiraglio inatteso.
Per questo il finale dell’Alcesti muta radicalmente il senso dell’opera. Quello che poteva sembrare un dramma quasi “borghese” o persino una commedia diventa una meditazione vertiginosa sul rapporto tra necessità e possibilità, tra morte e superamento della morte. Alcesti compie fino in fondo la propria morte e proprio così la vince. Come afferma il coro nelle ultime battute, «molte sono le forme del divino, e molte cose gli dèi compiono contro ogni attesa». In Euripide il divino coincide precisamente con questa apertura dell’impossibile nel cuore stesso della necessità. Cacciari, in conclusione, ha ricordato come il suo maestro Carlo Diano, scorgeva in questo dramma chiare intuizioni precristiane  sulla linea di Simone Weil.

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