La solennità di Tutti i Santi tra storia e tradizione

di Marco Natale

Oggi 1 Novembre ricorre la solennità di Tutti i Santi. Una festa sia religiosa che civile visto che in Italia questo giorno è considerato “non lavorativo”. Le prime testimonianze liturgiche di questa festa risalgono all’era paleo cristiana e più precisamente al IV secolo d.C. E’ da precisare, però che in quel determinato periodo storico la Chiesa aveva fissato il ricordo di “Tutti i santi” nel periodo primaverile e non in autunno cosi come facciamo noi oggi. Solo nel 835 d.C. grazie ad una richiesta fatta da Papa Gregorio IV, al re Franco Luigi il Pio, questa festa entra a far parte sia del calendario cattolico sia di quello civile. Detto questo, credo una domanda nasca spontanea: “Qual era la necessità, da parte della Chiesa Cattolica, di istituire un giorno specifico nel quale ricordare “tutti i santi”, quando comunque già in ogni giorno dell’anno si fa ricordo di uno o più santi?”.  Il motivo è molto semplice, durante il corso di un anno, visto che i santi che la Chiesa ricorda sono molti di più rispetto ai 365 giorni del calendario civile, si correva il rischio che per molti di loro, nel tempo, si perdessero le tracce delle loro gesta e del loro martirio. Resta poi da capire anche il perché dello spostamento dal periodo primaverile a quello autunnale. Questa volta le motivazioni sono legate ad un fatto puramente antropologico. Secondo quanto affermato dall’antropologo James Frazer, la solennità di “Ognissanti” già si celebrava in Inghilterra, ossia in quella nazione dove abitavano i Celti. Lo  spostamento dal periodo primaverile a quello autunnale, fu deciso dalla Chiesa con lo scopo di dare una sorta di continuità con una festa pagana preesistente presso questa popolazione: la festa di “Samhain”, antica festa di Halloween, con la quale celebravano l’inizio del nuovo anno (per loro fissato al 1 novembre) e si ricordavano le anime dei propri morti. La tattica della Chiesa era evidente: cercare di cristianizzare le antiche usanze pagane. Fu questo il motivo per il quale si fissò al 2 novembre la Commemorazione dei fedeli defunti.

Qualche curiosità sulle tradizioni per questa festa nel Sud Italia

In Puglia,  è consuetudine addobbare e imbandire la tavola, la sera precedente il 2 novembre con il pane, l’acqua e il vino riservandolo ai defunti che si pensi tornino a far visita alla casa e alla famiglia nella casa in cui sono vissuti.

In Basilicata invece, secondo una leggenda abbastanza diffusa, si racconta di come il 1 novembre i morti scendano nuovamente in città dalle colline circostanti il cimitero, portando nella mano destra un cero acceso. Le donne, inoltre, il 2 novembre ripetono il pianto funebre nelle vicinanze delle tombe dei propri cari defunti.

E in Campania quali sono le tradizioni ancora vive?

Nelle zone più popolari della Città di Napoli, è ancora in vita un’usanza iniziata nel periodo del dopoguerra che prevede che le persone vadano in giro per la città con in mano un cartone a forma di una piccola bara recitando le parole: “u tavutiello famme bene, pe’ li muorte: dint’a ‘sta péttula che ‘ce puórte? Passe e ficusecche ‘nce puórte e famme bene, pe’ li muorte” – che significa: “Fammi del bene per i morti: in questo grembiule che ci porti? Uva passa e fichi secchi porti e fammi del bene, per i morti”.

La sera prima del 2 anche a Napoli e dintorni si preparavano le tavole imbandite per rifocillare i defunti in visita.