Inserito nel cartellone del Campania Teatro Festival, diretto da Ruggero Cappuccio, Atto senza parole di Samuel Beckett, nella rilettura di Antonio Iavazzo, è andato in scena presso Palazzo Fazio, offrendo al pubblico una lettura che ha scelto di non limitarsi a riprodurre la radicalità della scrittura beckettiana, ma di attraversarla mediante una precisa costruzione simbolica e visiva. Portare in scena Atto senza parole significa misurarsi con una delle opere più essenziali del teatro del Novecento. Beckett elimina il dialogo e riduce l’esistenza a gesti, movimenti, tentativi, cadute. Rimane soltanto un uomo gettato nel mondo, costretto ad agire dentro uno spazio che non comprende fino in fondo e che continuamente gli sfugge. È la stessa condizione che attraversa gran parte della sua produzione, i personaggi beckettiani attendono, cercano, si muovono, si illudono di avanzare, per poi ritrovarsi sempre nello stesso luogo. Da Aspettando Godot fino a Finale di partita, la vita appare come un movimento che tende verso una direzione senza mai raggiungerla davvero. La regia di Iavazzo sembra inserirsi con consapevolezza dentro questo orizzonte. La scena appare ridotta all’essenziale, ma ogni elemento acquista una precisa funzione simbolica. Sullo sfondo, all’inizio e alla fine della rappresentazione, compare il volto dello stesso Samuel Beckett. Non si tratta di una semplice citazione visiva o di un omaggio all’autore, quella presenza sembra assumere quasi il valore di uno sguardo silenzioso che osserva i suoi personaggi e, indirettamente, osserva noi. Il volto emerge e ritorna, come se Beckett fosse contemporaneamente creatore e testimone della condizione umana che mette in scena.
Ad accompagnare l’intera esperienza sonora vi è il rumore costante di una goccia d’acqua. Un suono apparentemente minimo, quasi impercettibile, che però finisce per assumere una funzione decisiva. La goccia scandisce il tempo, lo misura e lo consuma, è una sorta di metronomo dell’esistenza, ma il tempo in Beckett non è mai lineare o progressivo, è piuttosto un tempo che logora, che ritorna su sé stesso, che lentamente svuota ogni attesa. Quella goccia sembra ricordare che la vita non avanza realmente, semplicemente cade, istante dopo istante, fino a esaurirsi.
Particolarmente significativa appare la presenza dei sacchi o degli involucri da cui i bravi Gianni Arciprete e Gennaro Marino emergono e verso cui infine ritornano. Essi assumono una duplice valenza simbolica, perché se all’inizio richiamano un grembo originario, uno spazio protetto, una condizione primordiale ancora estranea alle regole del mondo, nel finale il loro significato cambia radicalmente, perché diventano un sepolcro, uno spazio che riassorbe ciò che aveva generato. L’intero percorso scenico assume così una struttura circolare, non esiste un reale avanzamento, né una conquista definitiva. I protagonisti compiono una traiettoria che li riconduce inevitabilmente al punto di partenza.
In questa prospettiva assume un significato particolarmente interessante una delle intuizioni più efficaci della regia, il lento e faticoso tentativo dei personaggi di vestirsi. Qui il gesto quotidiano diventa una metafora dell’esistenza stessa. Vestirsi significa entrare nel mondo dell’artificio, accettarne le convenzioni, i ruoli, le strutture sociali. L’abito non copre semplicemente il corpo, costruisce un’identità. Uscendo dalla nudità originaria, l’essere umano indossa maschere, assume funzioni, diventa qualcosa che il mondo possa riconoscere. Tuttavia questa conquista appare dolorosa. Gli abiti sembrano non aderire ai corpi, diventano pesanti, sfuggono, ostacolano i movimenti. Ancora più eloquente risulta lo sguardo perplesso di uno dei due protagonisti durante questa lenta vestizione. Non è un’espressione puramente comica, né una semplice esitazione dell’attore. In quello sguardo sembra concentrarsi tutta l’inquietudine dell’uomo beckettiano. Vi è sorpresa, spaesamento, quasi una domanda muta rivolta al mondo. Il personaggio sembra interrogarsi sul senso di quel gesto, come se percepisse l’estraneità di ciò che sta facendo. Quello sguardo sospeso, esitante, comunica forse più di molte parole, restituisce il disagio di chi avverte che l’identità che sta indossando non coincide realmente con ciò che è. È come se i personaggi opponessero una resistenza inconsapevole all’ingresso dentro la realtà sociale e ancora più significativa appare la conclusione, dopo avere conquistato con fatica quella forma, dopo essersi inseriti nel mondo dell’artificio, essi ritornano negli involucri iniziali. Tutto ciò che era stato costruito viene abbandonato, le maschere cadono, le identità si dissolvono, resta soltanto la condizione originaria.
Anche gli oggetti scenici diventano strumenti di orientamento dentro questo universo precario. L’orologio da tasca rappresenta il tentativo umano di dominare il tempo, di misurarlo e organizzarlo. La croce o il rosario introducono invece la ricerca di una possibile salvezza, di un significato che trascenda l’assurdità del vivere.
Ma Beckett ha sempre diffidato delle certezze assolute e dunque né il tempo ordinato dall’uomo, né la fede sembrano offrire risposte definitive, rimangono appigli fragili contro il vuoto. La lettura di Iavazzo mette inoltre in evidenza una componente centrale della poetica beckettiana, la presenza del clownesco. Tuttavia il clown di Beckett è molto distante dalla comicità leggera della tradizione teatrale. Conserva certamente il ritmo della gag, la ripetizione, l’ostinazione del gesto e persino una certa goffaggine corporea, ma il sorriso che produce possiede un sapore profondamente amaro. Si ride, ma si ride dell’impossibilità di sfuggire alla propria condizione. Dietro quella comicità si avverte sempre il peso dell’inutilità dello sforzo umano. Il personaggio cade, si rialza, riprova ancora, sapendo forse inconsciamente che il risultato sarà identico. È il celebre movimento beckettiano del “fallire ancora, fallire meglio”, non la vittoria, ma la perseveranza nell’errore. E forse proprio qui emerge il nucleo più profondo dello spettacolo. L’uomo continua a cercare un ordine, continua a indossare abiti, a misurare il tempo, a interrogare il cielo, a costruire illusioni necessarie. Al termine del percorso, però, resta soltanto quel ritorno all’origine. Una conclusione che non appare soltanto tragica, vi è piuttosto il sorriso malinconico di Beckett, uno sguardo lucido e disincantato rivolto verso l’umanità, fragile, ostinata, inevitabilmente destinata a procedere nel buio, continuando tuttavia a cercare un senso.
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