Wayli, il passaggio al volo tra studenti. Soluzioni di mobilità.

Payoff: Share the way, split the cost. Intervista a Gianluca Citro, founder del progetto Wayli.

Wayli è presentato come progetto pilota in fase di validazione. L’obiettivo non è promettere risultati già raggiunti, ma aprire una sperimentazione misurabile con studenti, istituzioni e partner territoriali. Wayli nasce da un problema semplice e quotidiano: molti studenti devono raggiungere o lasciare il campus universitario mentre, nello stesso momento, numerose auto percorrono le stesse tratte con posti vuoti. L’idea di Gianluca Citro è costruire un sistema di matching rapido tra chi sta già andando in una direzione e chi cerca un passaggio compatibile, soprattutto su tratte universitarie ad alta domanda. Non un servizio taxi, non un’alternativa ostile al trasporto pubblico, ma un livello complementare di mobilità condivisa: un modo per rendere più efficiente ciò che già esiste. Il payoff riassume bene la visione: “Share the way, split the cost”.

Gianluca, parlaci di Wayli. Che cos’è?

Wayli è un’app pensata per abilitare passaggi al volo tra studenti e pendolari che si muovono sulle stesse tratte. L’idea è molto concreta: se sto già andando verso una destinazione e ho posti liberi in auto, posso segnalare la mia disponibilità in pochi secondi. Dall’altra parte, chi cerca un passaggio può vedere se esiste qualcuno compatibile vicino al proprio tragitto. La differenza rispetto al carpooling tradizionale è l’immediatezza. Non vogliamo costringere le persone a organizzarsi giorni prima, compilare annunci lunghi o trattare ogni dettaglio. Wayli nasce per tratte calde, ricorrenti, dove domanda e offerta si concentrano in fasce orarie prevedibili.

Qual è la mission del progetto?

La mission di Wayli è trasformare i tragitti già esistenti in una risorsa condivisa. Ogni giorno ci sono auto che viaggiano con posti vuoti e persone che aspettano collegamenti scomodi, pieni o poco frequenti. Wayli vuole ridurre questo spreco, mettendo insieme in modo rapido e sicuro chi percorre la stessa strada. La nostra visione non è aumentare il traffico, ma usare meglio la mobilità che già c’è. Stessa strada, meno costi, meno attese, più efficienza per tutti.

Perché partire dagli studenti universitari?

Perché il contesto universitario è uno dei pochi ambienti in cui questo modello può essere testato in modo serio. Ci sono destinazioni comuni, orari ricorrenti, tratte ripetitive e una comunità riconoscibile. Un marketplace di mobilità non funziona se parte troppo largo. Se provi a servire tutti, ovunque, in qualsiasi momento, rischi di non avere abbastanza densità. Wayli parte invece da un contesto preciso: studenti pendolari, tratte universitarie, fasce orarie ad alta domanda.
È un approccio più disciplinato e più realistico.

Quale problema concreto volete risolvere?

Il problema non è solo la mancanza di mezzi. Il problema vero è l’incertezza quotidiana dello spostamento: bus pieni, orari poco flessibili, rientri serali difficili, costi cumulativi, tempo perso. Wayli vuole intervenire in quella zona grigia tra trasporto pubblico e mobilità privata. Non sostituisce l’autobus o il treno. Può però diventare una soluzione complementare quando esiste già qualcuno che sta percorrendo la stessa tratta e può condividere il tragitto senza trasformarsi in un servizio professionale.

In cosa Wayli è diverso da BlaBlaCar o dal carpooling classico?

Il carpooling classico è spesso pianificato. Si pubblica un viaggio, si concorda, si prenota. Wayli invece nasce per il comportamento “sto partendo ora” o “parto tra poco”. Il guidatore non deve creare un annuncio. Deve solo segnalare una disponibilità immediata. Il passeggero non deve organizzarsi giorni prima. Deve poter dire: “Devo andare lì. C’è qualcuno che passa vicino?” Questa semplicità è il cuore del prodotto. Ma va testata con molta disciplina, perché più riduci la pianificazione, più devi essere forte su fiducia, posizione, tempistiche e chiarezza del punto di incontro.

Quanto conta il tema della fiducia?

Conta più della tecnologia. Senza fiducia, Wayli non esiste. Per questo abbiamo progettato un protocollo operativo: profilo con foto, numero verificato, badge studente, informazioni auto, targa mascherata, codice di conferma, stato “sono qui” e chiamata come fallback. L’obiettivo è evitare che tutto finisca in una chat caotica.
Il prodotto deve dire alle persone cosa fare: dove andare, chi aspettare, come riconoscersi, quando partire. La fiducia non è una funzione accessoria. È l’infrastruttura del servizio.

Come si inserisce Wayli nei temi ESG e mobilità sostenibile?

In modo pragmatico. Non vogliamo usare la sostenibilità come slogan. Il punto è semplice: se un’auto percorre già una tratta con posti liberi, quei posti sono capacità inutilizzata. Se riusciamo a far salire una persona che va nella stessa direzione, senza generare un nuovo viaggio, miglioriamo l’efficienza del sistema. Questo può ridurre costi individuali, tempi morti e pressione su alcune fasce del trasporto pubblico. Per istituzioni, università e territori, Wayli può diventare uno strumento leggero per osservare e migliorare alcuni flussi reali di mobilità.

Le istituzioni sono pronte a un modello di questo tipo?

Non sempre, e sarebbe ingenuo aspettarsi il contrario. La mobilità è un settore sensibile: ci sono temi di sicurezza, responsabilità, assicurazione, regolazione e percezione pubblica. Per questo Wayli non deve presentarsi come “l’app che risolve tutto”. Deve presentarsi come un progetto pilota misurabile. Una sperimentazione limitata per tratta, orario e comunità, con indicatori chiari: utenti registrati, driver attivi, richieste, match completati, cancellazioni, no-show, problemi segnalati e feedback. Alle istituzioni non chiediamo fiducia cieca. Chiediamo la possibilità di testare in modo serio.

Wayli vuole sostituire il trasporto pubblico?

No. E sarebbe un errore politico e strategico anche solo comunicarlo. Il trasporto pubblico resta centrale. Wayli può essere un livello complementare, utile soprattutto dove ci sono orari scoperti, rientri difficili, tratte affollate o territori in cui la domanda è troppo frammentata per essere servita bene da linee rigide. Il nostro obiettivo è integrare, non sostituire.Come evitate che venga percepito come un servizio taxi non autorizzato? Con una regola chiara: Wayli deve rimanere nella logica della condivisione di tragitti già previsti. Il guidatore non si mette a disposizione come professionista e non crea una corsa su richiesta. Sta già andando in una direzione e condivide il tragitto con chi è compatibile, dividendo eventualmente i costi. Questa distinzione deve stare dentro il prodotto, nei testi, nelle regole e nel modello economico. Prima di scalare sarà necessario un confronto legale e istituzionale serio. Fingere che questo tema non esista sarebbe irresponsabile.

Qual è il modello economico?

In questa fase non partiamo dal modello economico, ma dalla validazione del comportamento. Prima dobbiamo dimostrare che i driver pubblicano davvero disponibilità, che i passeggeri cercano davvero passaggi, che i match vengono completati e che le persone tornano a usare il servizio. Solo dopo ha senso ragionare su monetizzazione. Le strade possibili possono includere accordi con università, comuni, aziende, enti territoriali o modelli leggeri collegati al contributo spese. Ma prima servono dati reali. Senza densità e retention, qualsiasi modello economico è solo teoria.

Quale potrebbe essere la prima sperimentazione?

La sperimentazione più sensata è una tratta singola, con orari precisi e una comunità definita. Per esempio, una tratta universitaria come UNISA → Salerno in una fascia di rientro pomeridiana. Non vogliamo partire con dieci tratte. Sarebbe dispersivo. Il primo test deve misurare poche cose fondamentali: quante persone si iscrivono, quanti guidatori pubblicano disponibilità, quante richieste arrivano, quanti match vengono completati, quanti problemi emergono e quanti utenti vorrebbero riutilizzare il servizio.

Cosa chiedete a istituzioni e partner territoriali?

Non chiediamo di approvare un’idea sulla fiducia. Chiediamo di collaborare a una sperimentazione controllata. I partner possono aiutare in tre modi: accesso ai canali verso gli studenti, individuazione delle tratte più critiche e supporto nel disegnare regole operative chiare. Il partner utile non è quello che mette solo il logo. È quello che aiuta a testare bene.

Cosa chiedete agli studenti?

Agli studenti chiediamo una cosa molto concreta: partecipare al test con comportamenti reali. A chi guida chiediamo di segnalare disponibilità quando sta già andando verso una tratta attiva. A chi cerca passaggi chiediamo di usare il sistema quando ha davvero bisogno di muoversi. Non ci interessano complimenti o “bella idea”. Ci interessa capire se le persone lo usano davvero. Il mercato non si misura con gli applausi. Si misura con l’utilizzo.

Quali sono i rischi principali?

Il rischio principale è la densità. Se non ci sono abbastanza driver e passeggeri nello stesso momento e sulla stessa tratta, il sistema non funziona. Il secondo rischio è la fiducia. Anche con un buon matching, le persone devono sentirsi sicure. Il terzo rischio è operativo: persone che non si trovano, ritardi, cancellazioni, punti poco chiari. Il quarto rischio è regolatorio: bisogna mantenere con chiarezza il modello nella condivisione di tragitti già previsti, non nel trasporto professionale. Questi rischi non vanno nascosti. Vanno governati con un pilota limitato e misurabile.

Perché un investitore dovrebbe osservare Wayli?

Perché, se validato, Wayli affronta un problema strutturale: l’inefficienza della mobilità quotidiana su tratte ripetitive. Il potenziale non è “fare un’altra app di carpooling”. Il potenziale è costruire un modello replicabile su comunità dense: università, poli industriali, ospedali, distretti aziendali, aree interne. Ma un investitore serio dovrebbe guardare i dati, non la narrativa. Densità, retention, fiducia e frequenza d’uso saranno le vere prove.

Cosa rende Wayli interessante per un’università?

Una mobilità più accessibile incide sulla qualità dell’esperienza universitaria. Uno studente che perde ore tra attese e collegamenti difficili vive peggio il campus, arriva più stressato, rientra con più fatica e percepisce il territorio come meno accessibile. Wayli può diventare uno strumento sperimentale per osservare e migliorare alcune dinamiche di mobilità studentesca, senza pretendere di sostituire le infrastrutture esistenti.

Come immaginate il futuro del progetto?

Il futuro non è aprire subito ovunque. Il futuro è validare una tratta, poi replicare il modello. Prima una direttrice universitaria, poi più fasce orarie, poi altre tratte, poi altri campus o comunità simili. La scalabilità non si dichiara. Si guadagna con dati, utilizzo reale e disciplina operativa.

Qual è il prossimo passo?

Il prossimo passo è un test controllato. Prima testeremo il prototipo con studenti reali per capire se il flusso è comprensibile. Poi raccoglieremo adesioni da driver e passeggeri su una tratta pilota. Successivamente avvieremo una sperimentazione limitata, misurando tutto. L’obiettivo non è fare rumore. È ottenere evidenza.

State cercando partner?

Sì, ma non partner di facciata. Cerchiamo realtà universitarie, associazioni studentesche, enti locali, community territoriali e soggetti interessati a una mobilità condivisa concreta. Un incubatore o un partner istituzionale ha valore se porta metodo, accesso al territorio e capacità di testare. Non ci interessa l’etichetta. Ci interessa validare il modello.

Che messaggio vuoi lasciare a istituzioni, studenti e investitori?

Alle istituzioni direi: valutate Wayli come un esperimento misurabile, non come una promessa. Agli studenti direi: se vivete ogni giorno il problema degli spostamenti, aiutateci a capire se questa soluzione può funzionare davvero. Agli investitori direi: non guardate solo l’app. Guardate il comportamento. Se le persone iniziano a condividere tragitti già esistenti in modo ripetibile, lì nasce il valore. Wayli si propone come progetto pilota di mobilità condivisa con un obiettivo chiaro: verificare se, partendo da tratte universitarie ad alta domanda, sia possibile trasformare i posti liberi nelle auto in una rete spontanea, sicura e misurabile di passaggi tra studenti. La sfida non è solo tecnologica, ma culturale, territoriale e istituzionale. Per questo il progetto punta a partire in piccolo, misurare tutto e crescere solo dove il modello dimostra di funzionare.

Grazie Gianluca.

Grazie a Voi.