Avellino. Il giudice assolve ad Autostrade . L’ ira dei familiari delle vittime

Avellino . Giovanni Castellucci, ad di Autostrade per l’Italia, è stato assolto nel processo per il bus caduto nella scarpata della A16 che provocò 40 vittime nel luglio del 2013. Per lui l’accusa aveva chiesto una condanna a 10 anni di reclusione.
La sentenza è stata emessa dal giudice monocratico del tribunale di Avellino Luigi Buono.

“Vergogna, questa non è giustizia”. Grida nell’aula del tribunale di Avellino da parte dei familiari delle 40 vittime del bus finito nella scarpata nel 2013, dopo la lettura della sentenza che assolve Giovanni Castellucci ad di Autostrade per l’Italia.

“Assassino”, “venduti” e una serie di insulti irripetibili ai giudici. Alla lettura della sentenza del processo in primo grado per l’incidente del bus sul viadotto Acqualonga della A16 esplode la rabbia dei parenti delle vittime. La protesta è per l’assoluzione dell’amministratore delegato di Autostrade per l’Italia, Giovanni Castellucci. Non sono bastate le condanne di alcuni dirigenti di Aspi a placare la rabbia dei familiari delle vittime e di alcuni sopravvissuti presenti in aula.

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Alcuni degli imputati presenti e gli avvocati sono tutti barricati nell’aula e attendono di poter uscire, mentre una folla blocca l’uscita urlando. Otto le condanne e sette le assoluzioni per i 15 imputati nel processo per la strage sulla A16 avvenuta nel 2013. Questa la sentenza letta dal giudice monocratico del tribunale di Avellino, Luigi Buono, tra le urla dei familiari delle vittime. Tra gli assolti l’ad di Autostrade per l’Italia, Giovanni Castellucci, e l’ex condirettore generale della società Riccardo Mollo. La condanna più severa, 12 anni così come richiesto dall’accusa, è quella per Gennaro Lametta, proprietario del bus: per lui 12 anni di reclusione.

In pochi secondi, poco dopo le otto di sera di una domenica d’estate, si consumò il più grave incidente stradale della storia italiana, con un bus carico di pellegrini che precipitò da un viadotto causando 40 vittime. Tornavano a casa da una gita di alcuni giorni a Telese Terme (Benevento) e nei luoghi di Padre Pio, a Pietrelcina. Erano partiti da Pozzuoli (Napoli) con il bus della stessa agenzia alla quale si erano già rivolti per organizzare spiccioli di vacanza in comune e a buon prezzo, 150 euro a persona tutto compreso, e con la quale avevano già programmato un nuovo viaggio al santuario mariano di Medjugorje.

La sera del 28 luglio del 2013, sulla strada di casa, lungo la discesa dell’A16 Napoli-Canosa, nel territorio di Monteforte Irpino (Avellino) il bus guidato da Ciro Lametta, fratello del proprietario dell’agenzia Mondo Travel che aveva organizzato il viaggio, cominciò a sbandare dopo aver perso sulla carreggiata il giunto cardanico che garantisce il funzionamento dell’impianto frenante.

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Dopo aver percorso un chilometro senza freni, ondeggiando a destra e sinistra, tamponando le auto, una quindicina, che trovava sul percorso, il bus nel tentativo di frenare la corsa si affiancò alle barriere protettive del viadotto “Acqualonga” che cedettero facendolo precipitare nel vuoto da un’altezza di 40 metri.

Sul colpo morirono 38 persone, l’elenco delle vittime sarebbe salito a 40 con la morte, una settimana dopo nel reparto di rianimazione dell’ospedale Loreto Mare di Napoli di Simona Del Giudice, 16 anni, la vittima più giovane che nell’incidente aveva perso il padre e una sorella, e di Salvatore Di Bonito, 54 anni operaio di Monterusciello, che nell’incidente aveva perso la moglie Anna Mirelli di 48 anni, spentosi il 7 settembre nell’ospedale “Santa Maria delle Grazie” di Pozzuoli (Napoli). I soccorsi furono tempestivi e imponenti.

Alla luce delle fotoelettriche, decine di soccorritori, tanti volontari per ore fino all’alba lavorarono fianco a fianco con i Vigili del Fuoco e le forze dell’ordine a farsi largo tra le lamiere contorte alla ricerca di sopravvissuti. Si salvarono soltanto dieci passeggeri. Tra questi tre bambini, sopravvissuti grazie all’abbraccio di nonni e genitori che li strinsero a sé mentre il bus precipitava, che nei successivi cinque anni e mezzo avrebbero dovuto affrontare insieme alla tragedia di famiglie smembrate, il calvario di una lunga riabilitazione negli ospedali di mezza Italia.

Dalle loro testimonianze al processo di primo grado il racconto di cosa accadde all’interno dell’autobus prima che precipitasse nel vuoto. Alcuni riuscirono ad avvicinarsi all’autista chiedendogli di aprire le porte per consentire ai passeggeri di provare a mettersi in salvo lanciandosi fuori; altri che pregavano, altri ancora che all’autista chiedevano di fermare la corsa del bus rimasto senza freni contro le auto incolonnate che procedevano a velocità ridotta a causa del restringimento della corsia per lavori in corso.

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