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(Editoriale)Campania/ La politica si impegni ad agire

“Bisogna tener presente SEMPRE che l'emergenza sanitaria produce l'emergenza sociale”

 

Editoriale (di Luigi Imperato, dottore di ricerca e docente di filosofia e storia)

Il discorso di De Luca di ieri nonché l’atteggiamento assunto in tutto questo periodo ha destato rabbia e scandalo in molte persone. È probabile che questo sia “un” problema, ma non “il” problema.

Non dobbiamo scambiare l’effetto con la causa. La causa è chiara: il governo che decide di lavarsene le mani in attesa delle bare; se e quando ci saranno le bare, pensano, sarà più facile intervenire, perché non ci saranno più tante resistenze (e si sbagliano di grosso). Per il resto ha detto a sindaci e presidenti di regione: se volete, intervenite.

E come? Chiudendo le piazze e le strade, senza una legittimazione e un coordinamento? Diventando i terminali unici della rabbia delle persone? Ieri i sindaci del vesuviano hanno scritto una lettera a De Luca e a Conte per chiedere di non chiudere senza interventi di sostegno. Perché è chiaro che sanno che la tenuta sociale così si spezza.

Bisogna tener presente SEMPRE che l’emergenza sanitaria produce l’emergenza sociale (quando saremo circondati dalla malattia non ci sarà più nessuno a consumare oltre il necessario) e che l’emergenza sociale aggrava quella sanitaria. Se si rompono gli argini, le prediche moralistiche non avranno più alcun effetto, se mai uno ne hanno avuto. Se gli argini si rompono, si aggiungerà caos a caos, disordine a disordine, e allora i problemi derivati dall’epidemia saranno indistinguibili da quelli derivati dalla povertà: gli uni agiranno sugli altri, e viceversa. Lo dico da marzo: è assurdo separare emergenza sociale ed emergenza sanitaria. Vanno gestite insieme.

Ora, torniamo al governo che dice alle regioni e ai comuni: “arrangiatevi”. Le regioni, che non mi risulta possano pagare la cig, fare un piano organico per il sostegno al reddito, sostenere gli imprenditori in difficoltà, e che possono solo mettere alcune pezze, ma che nel contempo hanno la responsabilità dell’organizzazione del servizio sanitario, si trovano di fronte all’enigma: aspettare di non poter più ricoverare la gente e alzare i morti da terra oppure agire, sapendo che questo provocherà disagio, miseria e caos sociale? Seconda domanda: cosa provocherà più caos, alzare i morti da terra o agire prima? Tanto lo sappiamo che in assenza di azioni concrete i morti li alzeremo da terra, chi non lo capisce è perché non lo vuol capire. Terza domanda: chi è più cinico, quelli che aspettano i morti per fare qualcosa e dice agli altri “vedete voi?” o quelli a cui è stato detto “vedete voi?” Domande del diavolo, lo so. Ma, amici miei, qui i toni non c’entrano più niente. Ora non c’è più forma ed è tutta sostanza.

In tutto questo, Napoli è Napoli, è una realtà a sé. E’ già un miracolo che in questa città, in condizioni normali, non si vedano le scene a cui abbiamo assistito ieri sera. Non c’è bisogno di spiegare perché. Ci sono “quelli del posto fisso”. Ci sono quelli che, da piccole o piccolissime attività, ricavano a stento di che vivere. Ci sono i grandi parassiti, “i signori” che niente hanno a che vedere con l’economia produttiva. Ci sono i camorristi. Ci sono quelli che vivono con attività al confine tra illegalità e legalità. E in realtà, l’unico modo in cui è possibile mantenere un briciolo di normalità è tollerare, in maniera più o meno ampia, forme di piccola o grande economia illegale. Altrimenti la tenuta sociale va a farsi friggere.

Si dirà: c’è la camorra, ieri sera è stata la camorra. E’ probabile, ma non è questo il punto. A Napoli c’è la camorra, e tutti sappiamo che non aspetta altro che situazioni del genere per destabilizzare le istituzioni e, in sostanza, sostituirvisi. E quindi: quando si prende una decisione del genere si sa anche che la camorra si sta già muovendo. Ma la camorra è un effetto della sofferenza sociale. Il problema perciò non è la camorra in sé, ma la sofferenza sociale che si aggrava in situazioni come questa.

In questo contesto De Luca annuncia ieri, senza tatto, senza consultazioni, senza contatto con la base sociale, com’è tipico del personaggio, misure estreme per la seconda volta in un anno. Il personaggio del resto può essere urticante, ma non fesso. Avrà fatto i suoi calcoli, sapeva cosa sarebbe successo, ma si sarà detto che questo sarebbe stato meno di quello che potrebbe succedere tra due mesi. Forse è vero, forse no. Io propendo a credere che sia vero.

Ma chi ha la responsabilità di attutire i colpi di misure come queste, adesso? Chi ha la responsabilità di garantire la tenuta della comunità politica nel suo complesso? Tutte le istituzioni, locali e nazionali. Ma solo quelle nazionali, senza dubbio, possono farlo veramente.

Le chiusure, se si prosegue così, saranno inevitabili, e così purtroppo saranno poi presentate, quando sarà anche vero. Ma qui veniamo al punto: bisogna accompagnare le persone in questo periodo, metterci soldi e soldi veri, non quelli che sono stati messi fino ad ora. Il che, negli attuali equilibri politici, è impossibile. E allora?

Ora bisogna pensare fuori dagli schemi. Soluzioni eterodosse, come fece Roosevelt negli anni ’30. Fuoriuscire del tutto dall’ortodossia monetarista. Qual è la prova migliore della sclerotizzazione di una classe dirigente? Il non voler accettare i segnali che vengono dalla realtà, continuare a pensare come si è sempre fatto. Questo esattamente sta avvenendo in Italia e in tutta Europa. E’ ora di dire che così non se ne viene fuori.

Adesso sono necessarie forme di collettivizzazione. Chiedere ai grandi patrimoni che non producono ricchezza sociale di fare la loro parte. Costringerli ad accettare di contribuire allo sforzo che tutta la società sta facendo. Non prendersela con le commesse dei supermercati perché continuano a guadagnare 1000 euro o con gli statali che ne prendono 1300 e pagano 800 euro di affitto.

E’ ora di abbandonare l’idea che la politica non debba avere alcuno spazio di intervento. E’ solo la politica che in un frangente come questo può agire. Gli altri sottosistemi sociali, giustamente e inevitabilmente, continueranno a funzionare secondo la loro logica parziale. Solo la politica può veramente fare il lavoro di armonizzare le diverse esigenze di una società. Questo vale oggi molto più di ieri.

La politica si rassegni ad agire. E si doti degli strumenti per farlo.